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15 dicembre 2012 6 15 /12 /dicembre /2012 10:50
biodiversità,foreste,America Centrale,ricerca

Abitanti della foresta pluviale, le formiche della specie Paraponera clavata sono note per la loro puntura dolorosa. Fotografia per gentile concessione di Gianfranco Curletti

Gioiello al sole

Uno dei compiti dell'entomologo Gianfranco Curletti, unico italiano della spedizione, era quello di identificare le specie di una delle famiglie scelte come target: i coleotteri Buprestidi, come questo esemplare di Agrilus incredulus. La specie è stata scoperta nel 2005 dall'entomologo italiano, che così ha spiegato il nome che le ha attribuito: "Quando mi sono trovato di fronte alla bellezza di questa specie non credevo ai miei occhi. Immaginate di trovarlo in foresta posato su una foglia a prendere il sole: un vero gioiello". 
Fotografia per gentile concessione di Gianfranco Curletti

Quante formiche ci sono in una foresta? E quanti millepiedi? Quanti acari? Ma soprattutto, che c'importa di saperlo?

Prendiamo una foresta pluviale tropicale, di quelle dove le zanzare sembrano elicotteri, gli scarafaggi sono grossi come piatti e le formiche sbranano tutto quello che incontrano. Ad esempio, la foresta centroamericana a Panama. Buttiamoci dentro un centinaio di scienziati, perlopiù entomologi, fornendogli i mezzi per arrivare a tutte le possibili quote, dalle radici alla cima degli alberi. Lasciamoli un paio d'anni a divertirsi gioendo dell'incontro con le zanzare di cui sopra, ragni giganti e scolopendre assassine, utilizzando gru, piattaforme gonfiabili, palloni aerostatici, arrampicandosi sugli alberi o strisciando sul suolo. Lasciamoli qualche altro anno a contare le specie che hanno raccolto gridandosi da un lato all'altro del laboratorio:"Agrilus basilaris" "celo" "Agrilus cunfusus" (sic!) "celo, credo" "Agrilus incedulus" "manca!" "non ci credo". 

Lasciamogli anche usare tecniche con nomi che sembrano una via di mezzo tra le fantasie del marchese de Sade e le armi di Goldrake, come "estrattore di "winckler", 
"trappola cromotropica", "trappola malese" e "ombrello entomologico". Otteniamo come risultato uno studio rivoluzionario che sta uscendo questi giorni su Science.

Descritta così sembra una scena tratta da un film dei Monty Pyton, con bizzarri gentiluomini muniti di cappello di paglia e retino per farfalle, imbragati su alberi tropicali o saltellanti sulla cima degli alberi su piattaforme che sembrano canotti. Infatti, le cose non stanno veramente così. Il team internazionale del progetto "IBISCA-Panama", guidato da Yves Basset della Smithsonian Tropical Research, nel biennio 2003-2004 ha speso sul campo un totale di quasi 70 anni/uomo nel campionamento della foresta pluviale in condizioni tutt'altro che agevoli per censire il numero di artropodi nella foresta e studiare le loro relazioni con le piante. 

Il risultato è che in una foresta di 6.000 ettari c'è un totale di circa 25.000 specie di insetti e altri artropodi, una cifra di gran lunga superiore alle aspettative, ovvero venti specie di artropodi per ogni pianta, 83 per ogni uccello e 312 per ogni mammifero (in termini di specie, non in termini assoluti). Se volessimo parlare in termini assoluti, questo si traduce in svariate centinaia di milioni di individui in un'area complessiva delle dimensioni di San Marino. Basti pensare che una sola colonia di tagliatrici di foglie, le Atta, arriva ad avere oltre un milione di esemplari. 

Ok, interessante, e adesso che sappiamo che in una foresta tropicale ci sono un sacco di bestie con troppe zampe, che ce ne facciamo? 

Quantificare il numero delle specie in uno dei punti caldi della biodiversità mondiale è un passo chiave per comprendere e soprattutto per difendere ecosistemi messi continuamente a dura prova dalla deforestazione, dall'inquinamento e dall'arrivo di specie alloctone. Immaginiamo che tra dieci anni gli stessi gentiluomini (e gentildonne) dotati di paglietta, retino e trappole sado-maso tornino a saltellare nella stessa foresta e trovino invece che 25.000 specie 15.000. O magari un declino nelle specie di alcuni gruppi più vulnerabili, tipo i lepidotteri, e un aumento degli scarafaggi. Queste sono informazioni preziose che ci permettono di monitorare la salute dell'intera foresta non solo a livello degli insetti, ma anche a quello della vegetazione e dei vertebrati come uccelli e mammiferi. 

Ci permetterebbe inoltre, se ci fossero altri studi simili, di capire cosa rende certe zone più ricche in biodiversità, e ci consente di capire come sopravvivono e come si sono evolute molte specie. In una parola, uno studio del genere pone una la base conoscitiva fondamentale che serve per capire la salute non solo di un ecosistema, ma dell'intera biosfera. 

Un altro dato interessante è che gli insetti non hanno dovuto contarli uno per uno. È emerso infatti che è possibile estrapolare dati sulla biodiversità di una foresta da campionamenti relativamente ridotti: un ettaro, secondo il team internazionale, può essere sufficiente per avere un'idea della biodiversità di una regione. Questo però a condizione che i campionamenti vengano fatti a macchia di leopardo (pardon, di giaguaro) su aree distanziate che tengano conto della diversa composizione vegetale. 

I 102 scienziati del team appartenevano a ben 21 paesi differenti, ma tra questi c'era un solo italiano, l'entomologo Gianfranco Curletti del Museo Civico di Storia Naturale di Carmagnola. Curletti è un tassonomo di fama internazionale e non è quindi sorprendente che facesse parte del team, per il cui conto era responsabile sia di posizionare le sticky traps (una versione aromatizzata ai fiori di bosco della carta moschicida) che di classificare un gruppo di coleotteri di cui ha già scoperto molte specie, i Buprestidi. Dispiace invece che fosse l'unico italiano, ma non è sorprendente poiché, come afferma lui stesso, "in Italia la ricerca naturalistica è ridotta al lumicino, tanto che per partecipare al progetto ho dovuto autofinanziarmi". 

IBISCA è stata sinora un'opportunità unica. Ciò non toglie, dice Curletti, che se si troveranno ulteriori finanziamenti la ricerca possa continuare in futuro, magari in altri continenti e con nuove leve. Speriamo allora che le foreste tropicali tornino presto a risuonare del richiamo territoriale dei tassonomi ("celo, celo, manca"), prima che sia troppo ta
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14 dicembre 2012 5 14 /12 /dicembre /2012 14:15
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14 dicembre 2012 5 14 /12 /dicembre /2012 12:27

 

Un chip per il sesso?
Un chip per il sesso?

I ricercatori di Oxford realizzano il chip del sesso: aiuterà i pazienti affetti da anedonia. 

E anche il Viagra divenne tecnologico. I ricercatori dell’Università di Oxford stanno mettendo a punto un microchip da impiantare nel cervello, capace di stimolare i centri del piacere di coloro che hanno problemi a godersi le gioie del sesso. Il chip dovrebbe agire sulla corteccia orbitofrontale dando un contributo determinante nella lotta contro l’anedonia, ossia l’incapacità di provare piacere. La stimolazione cerebrale profonda non è una novità assoluta in medicina: da qualche anno questo tipo di impianti è utilizzato per curare i pazienti affetti da morbo di Parkinson. Rispetto ai farmaci tradizionali, il microchip permette di raggiungere il target cerebrale in modo più mirato, permette un maggior controllo sull’intensità della stimolazione e può essere acceso o spento a piacimento della coppia. Basta che entrambi i partner lo sintonizzano per ottenere il massimo piacere sessuale. 

 

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14 dicembre 2012 5 14 /12 /dicembre /2012 11:56

 

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Toutatis è un asteroide near-Earth del diametro medio di circa 5 km e una volta ogni 4 anni, nel corso delle sue orbite attorno al Sole, passa alla minima distanza con la Terra. In particolare, il 29 settembre 2004 Toutatis transitò a circa 1,5 milioni di km dal nostro pianeta, un’inezia sulla scala delle distanze astronomiche! Non si avvicinava così tanto dal 1353.
L’ultimo passaggio ravvicinato è avvenuto la mattina dello scorso 12 dicembre, ad una distanza di 6,9 milioni di km (circa 18 volte la distanza Terra-Luna).  E’ stata un’ottima occasione per continuare a  studiarlo e cercare di capire qualcosa in più sulla natura degli asteroidi e sulle origini del Sistema Solare.  Durante il periodo di massimo avvicinamento, Toutatis è stato osservato in dettaglio con il gigantesco radar planetario da 70 m di diametro di Goldstone (California). Il radar è un potentissimo strumento che permette di calcolare con estrema precisione le orbite dei corpi planetari e, nel caso degli asteroidi, determinare in maniera dettagliata la loro forma tridimensionale. In pratica, dopo analisi molto complesse degli echi radar, si ottengono delle vere e proprie immagini.

Le primissime analisi fatte hanno evidenziato delle sorprese riguardo alla sua natura. “Toutatis sembra avere una struttura interna davvero complicata” ha spiegato Michael Busch del National Radio Astronomy Observatory (NRAO). “Le nostre misure radar sono consistenti con la struttura dell’asteroide già dedotta nel corso del suo passaggio ravvicinato del 2004, ed il lobo più piccolo sembra essere il 15% più denso rispetto al lobo più grande; inoltre, ci sono, all’interno di ognuno dei due lobi, nuclei che sono da 20 a 30% più densi rispetto al resto della superficie.”

Questo potrebbe indicare che Toutatis è in realtà un insieme di rocce e detriti provenienti da qualche collisione avvenuta in passato nella Fascia Principale degli asteroidi. Le analisi dettagliate dei dati raccolti durante questo passaggio permetteranno di capirlo con più certezza.
Si tratta di uno dei più grandi asteroidi potenzialmente pericolosi per il nostro pianeta. Se Toutatis impattasse sulla Terra, infatti, la catastrofe sarebbe su scala globale.

L'antenna radar da 70 m di diametro di Goldstone (California). (NASA/JPL)

Le primissime analisi fatte hanno evidenziato delle sorprese riguardo alla sua natura. “Toutatis sembra avere una struttura interna davvero complicata” ha spiegato Michael Busch del National Radio Astronomy Observatory (NRAO). “Le nostre misure radar sono consistenti con la struttura dell’asteroide già dedotta nel corso del suo passaggio ravvicinato del 2004, ed il lobo più piccolo sembra essere il 15% più denso rispetto al lobo più grande; inoltre, ci sono, all’interno di ognuno dei due lobi, nuclei che sono da 20 a 30% più densi rispetto al resto della superficie.”
Questo potrebbe indicare che Toutatis è in realtà un insieme di rocce e detriti provenienti da qualche collisione avvenuta in passato nella Fascia Principale degli asteroidi. Le analisi dettagliate dei dati raccolti durante questo passaggio permetteranno di capirlo con più certezza.
Si tratta di uno dei più grandi asteroidi potenzialmente pericolosi per il nostro pianeta. Se Toutatis impattasse sulla Terra, infatti, la catastrofe sarebbe su scala globale.

 

Il prossimo passaggio molto ravvicinato di Toutatis avverrà nel novembre 2069, quando passerà a poco meno di 3 milioni di km (7,7 distanze lunari) dal nostro pianeta.
Il radar Goldstone della NASA, costruito nel Deserto Mojave, è riuscito a rilevare tracce dell’asteroide ogni giorno iniziando dal 4 dicembre e continuerà fino al 22.
Oggi, inoltre, la navicella spaziale cinese Chang’e 2, che per oltre un anno ha osservato la Luna, incontrerà più da vicino l’asteroide e dovrebbe essere riuscita a riprendere immagini dettagliate della sua superficie.
“Sappiamo già che Toutatis non colpirà la Terra per almeno altre centinaia di anni” ha spiegato Lance Benner del NEOP (Near Earth Object Program). “Le nuove osservazioni però ci permetteranno di prevedere la traiettoria dell’asteroide anche più in là nel futuro.”
Questo asteroide è importante da studiare anche solo per il modo in cui ruota attorno al proprio asse! Diversamente dai pianeti e dalla vasta maggiorità dei corpi planetari, che ruotano normalmente intorno ad un singolo asse, “Toutatis viaggia nello spazio rotolando come una palla di calcio calciata male” ha spiegato Benner. Uno degli obiettivi delle indagini radar è riuscire a capire meglio questo peculiare stato rotazionale dell’asteroide e come cambia nel tempo in risposta alle forze mareali della Terra e del Sole.

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13 dicembre 2012 4 13 /12 /dicembre /2012 21:33
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13 dicembre 2012 4 13 /12 /dicembre /2012 18:33

 

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http://www.faidatemania.it/come-preparare-un-presepe-napoletano-159938.html

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12 dicembre 2012 3 12 /12 /dicembre /2012 11:14

 

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Lo zucchero è pieno di vita! Così recitava lo slogan di una pubblicità televisiva di qualche tempo fa, mandata in onda a sostegno delle vendite di un prodotto, ad onor del vero, già acquistato diffusamente in grande quantità in Italia come anche nel resto del mondo, perlomeno da quella parte di popolazione che si dichiara “benestante”. Probabilmente la necessità di finanziare una campagna pubblicitaria sullo zucchero si dimostrò necessaria a fronte della escalation di prodotti contenenti dolcificanti alternativi, a zero calorie, o dal diffondersi della cultura salutistica dello zucchero di canna grezzo.

 

In realtà l’italiano medio, pur non rinunciando mai durante la giornata al piacere di un bel caffè con uno o magari due bustine di zucchero, è ancora ben lontano dalle quantità ingerite più o meno cosciamente dalla popolazione di altri paesi, anche se il divario tende via via a ridursi. Abbiamo sempre la tendenza ad importare le abitudini alimentari peggiori, sostituendo la tradizionale cucina nostrana mediterranea, invidiata e imitata altrove, con una pseudo alimentazione moderna, agghiacciante, fasulla e nociva.

 

Ma rimanendo in tema e parlando solo di zucchero: quanti medici o ricercatori si sono presi il disturbo di documentarsi sui reali effetti che questa sostanza provoca nell’organismo umano?  E’ veramente “pieno di vita”? E’ un alimento sano e/o nutriente? E’ vero come diceva il medico a mia madre quando ero piccolo che “fa male solo al portafogli dei genitori che lo comprano?”  Beh, personalmente mi permetto di dissentire vivamente, e mi spiego.

 

Tecnicamente, lo zucchero, il comune saccarosio per intenderci, è un carboidrato raffinato 8 volte in più rispetto alla  farina bianca, e a parte il glucosio, (che comunque viene spesso aggiunto nei prodotti dolciari industriali unitamente allo zucchero) e l’elemento che più velocemente entra in circolo nel sangue dopo la sua assunzione, e come vedremo gli effetti sono tuttaltro che positivi.


Come tutti sanno, è un alimento che contiene calorie, molte in percentuale al peso, rispetto ad altri alimenti, ma non è un nutriente, difatti  quelle dello zucchero vengono anche definite calorie ‘vuote’. Per fare un esempio, se paragoniamo il numero di calorie di una certa quantità di zucchero con le stesse calorie assunte con la carne, quest’ultima contiene anche proteine sali minerali e altro, a differenza dello zucchero che altro non apporta al nostro organismo se non quel mero numero di calorie, vuote appunto.

 

La zucchero quindi, se non utilizzato (bruciato) dal nostro organismo in pochissimo tempo dalla sua assunzione, si trasforma inesorabilmente  in rifiuto grasso e acido che l’organismo deposita principalmente nelle zone di accumulo che ben conosciamo, stomaco, maniglie dell’amore per gli uomini, cosce e glutei per le donne. E già, ma il danno in realtà non sta  unicamente nella perdita del peso forma e della tonicità a cui spesso vengono ricondotti gli aspetti negativi dello zucchero, questa è solo la parte finale, estetica e più innocua.

 

Il vero danno avviene durante il tentativo di assimilazione del nostro corpo di questa sostanza, processo per il quale è necessaria la presenza di altri composti, che non essendo stati introdotti insieme allo zucchero, vengono prelevate direttamente all’interno del nostro organismo, provocando un massiccio depauperamento di preziose sostanze nutritive, vitamine e sali minerali, come ad esempio il calcio.

 

Ricordo che lo zucchero viene estratto in maggior parte dalle barbabietole in rapporto 1 a 10 circa, e all’interno delle stesse oltre allo zucchero sono contenute una serie di altre sostanze che aiuterebbero l’organismo umano alla assimilazione dello zucchero, se avessimo il buon senso di ingerirle intere, senza procedere alla raffinazione per estrazione. Chi mai si sognerebbe di mangiare un chilogrammo di barbabietole? 100 grammi di zucchero invece non è improbabile che vengano ingeriti da un normale consumatore di zucchero durante uno o al massimo due giorni, due o tre cucchiaini nel caffè, magari più volte al giorno, una bella bibita gassata a pranzo, un dolcetto al pomeriggio e la dose giornaliera è servita.

 

Ad esempio, in una normale bibita gasata, il contenuto di zuccheri è intorno al 10%, per cui mettendo in tavola davanti ai nostri figli una bottiglia da 1,5 litri, gli stiamo somministrando una dose di 1 etto e ½ di zucchero. Invito tutti a leggere le etichette per conferma.  Ma il nostro organismo è in grado di sopportarne un tale quantitativo? Dopo l’assunzione di zucchero l’organismo è costretto a correre ai ripari fronteggiando l’attacco glicemico e acido al flusso sanguigno, poiché l’aumento della acidità del sangue porterebbe a morte certa in poco tempo, così  attinge alle sue riserve interne di veri nutrienti, sacrificando per prime le zone non vitali, come ad esempio il cuoio capelluto, (riserva primaria anche per molte altre necessità) o il calcio dei denti e dalle ossa.

 

Si spiega bene il motivo per cui molti bambini hanno i denti cariati, anche quando si lavano minuziosamente i denti dopo aver mangiato,  o del perché si manifestino delle carie interne ai denti. Lo spazzolino non è sufficiente, anche se è vero che l’acido dello zucchero rovina anche i denti dall’esterno. E i problemi non sono ancora finiti, purtroppo. Infatti, chi non ha mai provato quella sensazione di spossatezza dopo aver mangiato dei dolci? “Mangia questo cioccolatino che ti tira su”, eppure, dopo non molto, si ha l’effetto contrario, perché?

 

Ebbene, pochi minuti dopo l’assunzione dello zucchero, questo viene scomposto e assimilato, con effetti immediati nel nostro flusso sanguigno che vede il suo indice glicemico schizzare verso l’alto, a questo punto il nostro corpo per compensare questo sbalzo glicemico, riversa robuste dosi di insulina nel sangue, per tentare di annullare questa anomalia; le conseguenze sono un brusco calo della glicemia con immediato senso di spossatezza.

 

Mancano gli zuccheri, ci sentiamo giù, quindi ne prendiamo ancora e la giostra riparte. Il risultato di anni di questo andamento a sinusoide del tasso glicemico è lo stress degli organi preposti alla compensazione con produzione di insulina, che tendono ad esaurirsi non producendone più: il risultato più probabile è il diabete.

 

Ma prima di arrivare al diabete, la vita degli accaniti consumatori di zucchero è contrassegnata da una infinita serie di piccoli e grandi segnali volti ad indicare l’impossibilità da parte dell’organismo di assimilare lo zucchero: mal di testa frequenti, spossatezza, fame nervosa dovuta alla inconsistenza delle calorie assunte, o al contrario inappetenza, aumento di peso, crampi o dolori articolari, sono solo una parte dei sintomi che ho personalmente visto sparire dopo pochi mesi in assenza di zucchero, oltre alla perdita di 10 kg di zavorra inutile e ad una ritrovata energia quotidiana.

 

Ma senza lo zucchero, come si affrontano giornate stressanti che richiedono energia? Con cosa possiamo sostituire il saccarosio? La risposta è lapidaria, con niente. L’unico vero vantaggio dello zucchero è quello di essere gradevole al palato, per il resto gli zuccheri naturalmente contenuti nella frutta e in qualche verdura bastano al nostro organismo per sopperire al suo fabbisogno, tutto il resto è inutile e alla fine velenoso per il nostro organismo.

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11 dicembre 2012 2 11 /12 /dicembre /2012 20:18
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10 dicembre 2012 1 10 /12 /dicembre /2012 20:56
La mappa gravitazionale della Luna: i punti rossi sono quelli dove la gravità è più intensa, i blu quelli dove è più debole ( © photo: NASA/JPL-Caltech/MIT/GSFC
La mappa gravitazionale della Luna: i punti rossi sono quelli dove la gravità è più intensa, i blu quelli dove è più debole ( © photo: NASA/JPL-Caltech/MIT/GSFC

La cara vecchia Luna, pur essendo il corpo celeste più studiato dall'uomo, non finisce mai di stupirci. Le ultime novità sul nostro satellite arrivano dalla NASA, che qualche giorno fa ha pubblicato la curiosa immagine  che vedete qui sopra. 
Si tratta di una mappa gravitazionale della Luna realizzata dalle sonde gemelle Ebb e Flow lanciate nel settembre 2011 all'interno della missione GRAIL - Gravity Recovery and Interior Laboratory

Una coppia... spaziale. Le due piccole astronavi orbitano attorno alla Luna separate da loro da una ben precisa distanza. Quando una delle due sorvola una zona dove il campo gravitazionale è alterato da cambiamenti nella composizione del sottosuolo, da avvallamenti o da rilievi, si sposta leggermente allontanandosi o avvicinandosi alla compagna. La registrazione continua di questi movimenti ha consentito agli scienziati di realizzare la mappa lunare più precisa e completa di sempre. 
Grazie a GRAIL i paleoastronomi della NASA hanno potuto approfondire la conoscenza topografica della Luna ma anche la composizione del suo sottosuolo. Tra i risultati più interessanti vi è sicuramente la soluzione del mistero dei “masconi”, forti anomalie gravitazionali del nostro satellite che si è scoperto essere causate da vaste concentrazioni di massa basaltica sotto la crosta lunare. 
«I risultati della missione contribuiranno a porre vincoli sulla struttura e composizione interna della Luna e a chiarire gli aspetti ancora sconosciuti sulla sua formazione ed evoluzione», ha spiegato Roberto Peron, membro del gruppo di gravitazione sperimentale dell’Istituto di Astrofisica e Planetologia Spaziale dell’INAF. Già, perchè il passato più antico del nostro satellite è ancora avvolto da un alone di mistero. 

Che bersaglio.
 E proprio grazie alla missione GRAIL gli scienziati hanno scoperto che in epoche remote la Luna è stata letteralmente presa d'assalto da sciami di meteoriti che ne hanno profondamente trasformato la crosta, sia dal punto di vista topografico che geologico. Ed è sempre grazie al lavoro di Ebb e Flow che oggi sappiamo che lo spessore della crosta lunare è compreso tra i 34 e i 43 km e non 50-60 come si riteneva fino a qualche settimana fa. 

Nel video qui sotto la nuova mappa 3D della Luna realizzata grazie ai dati della missione GRAIL inviati a Terra tra marzo e maggio 2012. Secondo gli astronomi le nuove misurazioni sono fino a 3 ordini di grandezza più precise di quelle disponibili fino ad oggi.

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10 dicembre 2012 1 10 /12 /dicembre /2012 18:11
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