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21 dicembre 2014 7 21 /12 /dicembre /2014 20:37

http://lalchimista.over-blog.it/article-incredibile-il-cane-archeologo-125256346.html

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30 novembre 2014 7 30 /11 /novembre /2014 14:54

A due ore di macchina da Yerevan, la capitale dell’Armenia, c’è la cantina più vecchia del mondo. In un villaggio chiamato Areni, gli archeologi hanno infatti trovato le prove di una produzione di vino datata 6000 anni fa. Con ogni probabilità, i lontani antenati degli abitanti di Areni erano venuti a conoscenza delle primordiali tecniche di vinificazione grazie a contatti con insediamenti umani ancora più a sud, in un’area del Vicino Oriente che copre parte di Siria, Iraq e Iran. 

In effetti, come raccontano Rob Desalle e Ian Tattersall in Il tempo in una bottiglia, libro allegato a richiesta con «Le Scienze» di novembre e in vendita nelle librerie per Codice Edizioni, scavi archeologici avrebbero scoperto nell’insediamento Hajji Firuz Tepe, sui monti Zagros, in Iran, indizi di vinificazione datati tra 7000 e 7400 anni fa.  Certo, le testimonianze di Areni sono assai più probanti. In Armenia gli scavi hanno portato alla luce strutture dedicate alla produzione di vino, mentre nel sito iraniano non è ancora possibile stabilire con certezza se le tracce di fermentazione alcolica da uva rilevate in un recipiente di ceramica provengano da un processo messo in atto dall’uomo e non dalla natura. 

Ma in fondo è solo una questione di dettagli. Il resto della storia è noto. Da quell’area del Vicino Oriente, il vino avrebbe poi conquistato Medio Oriente e Nord Africa, per arrivare ai Greci e ai Romani, fino alle aree più interne dell’Europa, ed entrare a far parte della cultura di numerosi gruppi umani, tra i quali ci sono anche gli scienziati.  I due autori lavorano in ambiti diversi, Desalle è un biologo molecolare, Tattersall un antropologo, ma entrambi per l’American Museum of Natural History di New York.

In passato hanno già scritto a quattro mani e come confessano in questo ultimo lavoro, nella stesura delle opere precedenti avevano preso l’abitudine di innaffiare le tante ore trascorse insieme con abbondanti quantità di vino per affinare l’istinto della scrittura. Questo libro è quindi un tributo a una musa ispiratrice. Ma non di sola storia si parla. La conoscenza sul vino è approfondita da diversi punti di vista.  L’evoluzione ci spiega che l’attrazione per una bevanda che contiene etanolo è un retaggio dei nostri antenati primati, i quali, essendo frugivori, avevano sviluppato una grande attenzione ai messaggi chimici di tipo alcolico emessi dalla frutta matura. Fisiologia e neuroscienze ci spiegano perché corpo e cervello segnalano che siamo andati oltre il consentito, basti pensare ai postumi di una sbronza. 

Le neuroscienze fanno anche il punto sui fattori che aumentano il rischio di dipendenza dal vino in alcune persone più di altre, sebbene la genetica spieghi forse per metà questo fenomeno. La genetica inoltre offre uno strumento per indagare sulle parentele delle tante varietà di vite e sulle differenti tolleranze all’etanolo osservate oggi nelle persone. Biologia ed ecologia mostrano che il vino è il prodotto finale dell’interazione tra la vite, l’ambiente in cui vive e altri organismi che le vivono sopra e intorno.  

C’è spazio anche per la tecnologia, e non potrebbe essere altrimenti. Fin dagli albori la vinificazione ha sfruttato conoscenze tecniche e scientifiche per migliorare il risultato. La modifica del genoma dei vitigni potrebbe rivelarsi uno strumento potente, anche se ci sarebbe da convincere i consumatori del fatto che un vino OGM sarebbe in linea con altre tecniche di ingegneria genetica, come innesti e incroci tra viti, già in uso. Sempre che il riscaldamento globale non renda l’intervento sul patrimonio genetico l’ultima spiaggia per godersi un buon bicchiere di vino. Magari leggendo un libro che racconta da dove nasce questo piacere squisitamente umano.

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28 novembre 2014 5 28 /11 /novembre /2014 11:24
   

  Darwin riteneva che l’evoluzione della vita sulla Terra fosse un processo lento ma continuo secondo il principio della selezione naturale. Ma nella storia dei reperti fossili che dovevano testimoniare la bontà della sua idea c’erano dei vuoti (poi colmati), e rimaneva un grande punto di domanda diventato noto come «il dilemma di Darwin». Questo era legato alla rapida diffusione della vita registrata intorno a 600 milioni di anni fa e battezzata per questo «esplosione cambriana» dal periodo con il quale era stata classificata.

 

L’esplosione cambriana

Le prime forme di vita a livello unicellulare sul nostro pianeta apparvero 3,5 miliardi di anni fa. Ma tutto rimase in forme contenute finché, appunto, nel periodo Cambriano animali e piante ebbero la loro più consistente manifestazione. Un enigma, che sembrava contraddire Darwin. Ora due studi pubblicati sulle riviste Science Geology sembrano portare un po’ di chiarezza. Il primo ritiene che fosse stata sovrastimata la presenza dell’ossigeno nell’atmosfera, che avrebbe favorito l’improvviso sviluppo biologico. In realtà il livello era assai ridotto rispetto alle valutazioni e non avrebbe consentito grandi «esplosioni». In secondo luogo non si capiva da dove provenisse un aumento dell’ossigeno. Ora lo si spiega con i movimenti tettonici che portarono alla formazione del supercontinente e fecero uscire dalle viscere della terra il prezioso gas. Ma tutto accadde in milioni di anni. E quindi Darwin aveva ragione.

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14 ottobre 2014 2 14 /10 /ottobre /2014 20:10

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Uno dei più grandi tesori in oro mai scoperti in Israele è stato trovato la scorsa settimana durante uno scavo archeologico nei pressi di Herzliya. Il valore del tesoro - circa 400 grammi in monete - è stimato in oltre100.000 dollari. Si tratta di monete che erano nascoste in un vaso di ceramica nel National Appollonia Park, dove una volta prosperava la prima città crociata di Apollonia-Arsuf. Lo scavo si sta svolgendo sotto gli auspici congiunti della Tel Aviv University e della Nature and Parks Authority.

In dettaglio, sono 108 monete d'oro, di cui 93 del peso di 4 grammi ciascuna e 15 da circa 1 grammo. L'oro non era "nuovo" e poteva far parte del tesoro di una famiglia o anche essere una riserva di denaro accumulata per qualche scopo. Le monete furono coniate in Egitto circa 250 anni prima della loro sepoltura sotto le mattonelle del pavimento della fortezza del XIII secolo, oggetto di uno scavo di grande impegno che ha avuto inizio oltre 30 anni fa. È stato rinvenuto inoltre un grande deposito di punte di e altre armi, tra cui le classiche pietre utilizzate come proiettili nelle catapulte. Gli archeologi hanno constatato che una feroce battaglia aveva avuto luogo nel momento in cui i mamelucchi avevano conquistato l'area controllata dai crociati. La fortezza dei crociati era stata scoperta nel sito qualche tempo fa, insieme ai resti di una città portuale risalente al tempo dei fenici. Gli archeologi hanno anche trovato i resti di una villa romana, di un mercato all'aperto del primo periodo islamico e un enorme - e complicato - cancello.

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25 luglio 2014 5 25 /07 /luglio /2014 11:40

 

storia,archeologia,svezia

La Marte oggi, sul fondale del mar Baltico, dove affondò nel 1564. Il sommozzatore che si vede in alto a destra dà un'idea delle dimensioni del relitto.  
Immagine composita di Tomasz Stachura, Ocean Discovery

1564: nel corso del secondo giorno di una violenta battaglia navale, una nave da guerra si trasformò in una palla di fuoco e colò a picco, consegnando per sempre centinaia di marinai svedesi e tedeschi ai fondali del Mar Baltico insieme a un'immensa fortuna in monete d'oro e d'argento. La leggenda narra che uno spettro salisse dalle viscere dell'inferno per sorvegliare che la nave - orgoglio della marina svedese - non venisse scoperta. 

Cacciatori di tesori, archeologi e appassionati di storia hanno cercato la Mars per anni senza successo. Fino alla primavera del 2011, quando un gruppo di sub localizzò a 75 metri di profondità i resti del vascello, in quella che presto si confermò essere una delle più grandi scoperte di archeologia marittima. 

"È l'anello che ci mancava" dice Johan Rönnby, professore di archeologia marittima all'università di Södertörn in Svezia, che attualmente sta studiando il relitto di 60 metri di lunghezza. Se gli storici navali sanno quasi tutto sulle navi del Diciassettesimo secolo, le conoscenze delle navi da guerra del Sedicesimo secolo sono invece molto limitate. E il 1500 - continua Rönnby - è un periodo molto 
importante perché è proprio in quest'epoca che si cominciarono a costruire le grandi navi da guerra a tre alberi. 

Il professore spiega come questa prima generazione di navi a tre alberi abbia nella Marte uno dei migliori esempi. In passato i ricercatori hanno già ritrovato i carichi delle prime navi da guerra chiamate galeoni - imbarcazioni appena successive a quelle di cui fa parte la Marte. Sono stati anche trovati resti di navi come la Mary Rose, battente bandiera inglese, che si inabissò durante una battaglia navale nel 1545. Tuttavia, non era mai stato ritrovato nulla di così ben conservato come la Marte. 

Questa scoperta è il punto culminante di 20 anni di ricerca condotta da Richard Lundgren, uno dei proprietari di Ocean Discovery, una società di sommozzatori professionisti che assiste il lavoro degli archeologi marittimi. Richard ha operato fianco a fianco con il fratello Ingemar e il loro collega Fredrik Skogh. I tre sognavano di ritrovare la Marte dal giorno in cui - da bambini - visitarono il museo di Stoccolma nel quale è esposta un'altra icona della marina militare svedese: il Vasa. Se Richard e Ingemar sono diventati subacquei professionisti, lo si deve anche a quel sogno. 

Una macchina da guerra 

La Marte affondò il 31 maggio del 1564 al largo dell'isola svedese di Öland. È rimasta a riposare sul fondale inclinata a tribordo (a destra). A conservare la nave in buone condizioni è stato un mix di coincidenze positive: pochi sedimenti, correnti piuttosto lente, acqua salmastra e l'assenza di un mollusco chiamato teredo navaliscapace - in altri oceani - di far collassare i relitti in legno nel giro di appena cinque anni. 

A rendere ancora più eccitante la scoperta, dice Lundgren, è che non furono né difetti di costruzione né errori di navigazione a far naufragare la Marte: "La Marte era una vera macchina da guerra che in battaglia si comportava egregiamente", spiega Lundgren. La nave affondò stracarica di cannoni - ce n'erano persino sulle coffe - marinai e tutto l'armamentario che serviva ad equipaggiare una nave per la guerra (compresi otto diversi tipi di birra). Secondo Lundgren l'imbarcazione poteva contare su una potenza di fuoco "mai vista" per i suoi tempi. E proprio quei cannoni furono la rovina della Marte. 


La zona del Mar Baltico dove è stato individuato il relitto
Ng Staff, Jamie Hawk. Source: Richard Lundgren, Ocean Discovery


Un impetuoso canto del cigno 

La nave colò a picco mentre stava ingaggiando una battaglia con un'imbarcazione danese alleata con soldati tedeschi provenienti dalla città di Lubecca. Nel primo giorno di battaglia gli svedesi incalzarono i danesi. Così, il secondo giorno, i tedeschi decisero il tutto per tutto. Rönnby racconta che le forze tedesche presero a scagliare palle infuocate contro la Marte e alla fine riuscirono ad affiancarsi quel tanto che bastava per andare all'arrembaggio. La polvere da sparo di cui era stipata la nave scatenò un inferno e il calore divenne così intenso che i cannoni iniziarono ad esplodere. Furono proprio queste esplosioni a far inabissare la nave. 
La tradizione, però, narra una storia leggermente diversa. Rönnby spiega che i sovrani svedesi, all'epoca, erano impegnati a consolidare la propria posizione. "Ma la chiesa cattolica, potente com'era, costituiva un grosso ostacolo". Proprio nel tentativo di sminuire il potere della Chiesa, re come Erik XIV - colui che commissionò la Marte - confiscarono le campane delle chiese, le fusero e utilizzarono il metallo per forgiare i cannoni delle navi da guerra. A bordo c'erano oltre  cento cannoni di svariate dimensioni.Secondo il mito, proprio la "nuova vita" forzata di quelle che erano soltanto campane, portò la nave verso la rovina. 

Una macchina del tempo 

"Non è solo una nave. È un autentico campo di battaglia", dice Rönnby. 
Immergendosi e nuotando sul relitto "ci si sente vicinissimi al drammatico incendio che si scatenò a bordo, mentre i marinai si uccidevano a vicenda e tutto intorno bruciava ed esplodeva". Infatti, quando Lundgren e i suoi colleghi portarono in superficie un pezzetto di scafo, notarono subito che il legno emanava un leggero odore di bruciato. 
Lundgren, Ingemar e Skogh stanno aiutando Rönnby a ispezionare il luogo del ritrovamento, mettendo insieme - pezzo per pezzo - un fotomosaico e scansionando il relitto per produrre delle riproduzioni tridimensionali. Grazie ai fondi della National Geographic Foundation, quest'estate lavoreranno per completare le scansioni di tutta la nave. La loro intenzione è quella di lasciare la Marte sul fondo del mare utilizzando foto e riproduzioni 3D per condividere il relitto con tutto il mondo. Portare una nave in superficie è costoso e può metterne a repentaglio i manufatti. I laser scanner utilizzati da Lundgren e i suoi colleghi hanno una precisione entro i due millimetri. Più che sufficiente per soddisfare la maggior parte dei ricercatori in giro per il mondo. Secondo Rönnby, se non fosse per questi strumenti e questi metodi avanzati gli archeologi non sarebbero stati in grado di studiare la Marte così nel dettaglio. Ora, invece, è possibile ricostruire gli ultimi istanti della nave e degli uomini che erano a bordo e farsi un'idea di come ci si muoveva e ci si comportava durante una battaglia navale. "Questo, alla fine, è lo scopo dell'archeologia: mettere in discussione noi stessi e i risvolti umani di una scoperta", conclude Rönnby
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21 ottobre 2013 1 21 /10 /ottobre /2013 16:17

 

 

 

 

 

 

L'albero genealogico degli esseri umani ha avuto inizio prima di quanto gli scienziati hanno finora ritenuto, secondo un gruppo di ricerca che è riuscito a rinvenire il teschio di un ominide risalente ad 1,8 milioni di anni fa. L'importante ritrovamento è stato effettuato nel 2005 a Dmanisi, in Georgia, e potrebbe costringere a riscrivere la storia dell'evoluzione.


Teschio di ominide, di età stimata a 1,8 milioni di anni fa, ritrovato a Dmanisi (Georgia)

Il teschio mostra alcuni tratti caratteristici di varie specie di ominidi, tutti parti di una singola linea di discendenza, e non molte linee che sono coesistite e si sono incrociate, come era stato precedentemente ritenuto da molti studiosi. Ritenuto "il più completo teschio di ominide ritrovato finora", il reperto è stato analizzato con attenzione, e messo a paragone con i modelli fisiologici esistenti degli ominidi conosciuti antecedenti all'Homo sapiens.

È stato quindi possibile rilevare tratti caratteristici dell'homo abilis, come una piccola scatola cranica, volto allungato e grandi denti; sono stati però rilevati anche alcuni aspetti che fino ad oggi gli scienziati avevano associato solamente all'Homo erectus ed all'Homo rudolfensis, un ominide vissuto in Africa circa 2 milioni di anni fa, contemporaneamente all'Homo abilis.

La concezione attualmente più diffusa è che l'Homo erectus sia più "giovane" dell'habilis e del rudolfensis, ma era stata presa in considerazione anche l'ipotesi che queste tre specie possano aver convissuto sulla Terra, e possano essersi mischiate. Ma, secondo i ricercatori che hanno esaminato il teschio georgiano, questo verrebbe smentito dal ritrovamento.

Le tre specie farebbero invece parte della stessa linea di discendenza, e di conseguenza il "proprietario" del teschio, l'antenato più antico, presentava tratti genetici comuni a tutte e tre. Estendendo il discorso, secondo gli scienziati, potrebbe essere sostenuto che gli ominidi fossero già "fusi" in una singola specie, e non divisi in più rami che abitavano contemporaneamente sulla Terra. Come esseri umani, la nostra "famiglia" potrebbe quindi essere più antica di quanto credessimo.


http://it.ibtimes.com/articles/57826/20131021/teschio-georgia-ominide-homo-erectus-rudolfensis-abilis-scienza-evoluzione.htm#ixzz2iMzm89ZG

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20 settembre 2013 5 20 /09 /settembre /2013 11:04

Come sono arrivati l’homo sapiens e vari altri animali a ridotta capacità natatoria in Sicilia? E perché l’homo sapiens è arrivato in ritardo rispetto a tante altre aree dell’Europa?
La spiegazione arriva dall’Enea: grazie all’emersione di un ponte continentale tra l’Europa e la Sicilia, in un periodo compreso tra 27.000 e 17.000 anni fa.

La possibilità di giungere in Sicilia venne data dall’emersio

ne della Sella sommersa dello Stretto di Messina, ossia di un ponte roccioso, che emnerse nel corso dell’ultima glaciazione. A differenza di quanto riscontrato nel resto del continente europeo, dove la diffusione dell’Homo Sapiens si colloca in un arco di tempo racchiuso tra 35.000 e 40.000 anni fa, le datazioni al radiocarbonio effettuate sulle ossa di Sapiens rinvenute in Sicilia non superano infatti i 17.000 anni di età.

Variazioni del livello dl mare
Sono questi i risultati di una ricerca multidisciplinare coordinata dall’ENEA assieme alle Università di Roma, Napoli, Palermo, Trieste e Messina, al Max Planck Institute di Lipsia, all’Australian National University di Canberra, all’ISPRA e al IAMC-CNR che documentano come, nel corso dell’ultima glaciazione il mare si sia abbassato fino a creare un ponte. La Sella sommersa nello Stretto di Messina, attualmente si trova a una profondità di 81 metri sotto il livello del mare, ma al tempo ha costituito per l’Homo Sapiens l’unica possibilità di collegamento tra l’Italia peninsulare e la Sicilia.
Il passaggio naturale ha reso possibile la migrazione sull’isola di mammiferi oggi scomparsi come l’Equus hydruntinus (l’asino europeo), i cui resti, risalenti a circa 22.000 anni fa, sono stati rinvenuti nella grotta di San Teodoro, nei pressi di Messina.

La presenza di forti correnti, valutate fino a 16 nodi, nel braccio di mare che separa per circa 4 chilometri la punta meridionale della Calabria dalla Sicilia rende inverosimile ogni ipotesi di traversata a nuoto o tramite natanti rudimentali. Per giungere a tali conclusioni, gli studiosi si sono serviti del calcolo delle variazioni del livello del mare e dell’analisi integrata dei dati più recenti provenienti da discipline come la geologia marina, la tettonica, la geofisica, la modellistica oceanografica, la paleontologia e l’antropologia.

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15 settembre 2013 7 15 /09 /settembre /2013 18:25

La mitologia indiana tramanda che le divinità Rama e Lakshmana, trascorsero diverso tempo in questa regione in cerca di Sita, la moglie di Rama, rapita dal diavolo. “Potrebbero essere state realizzate dalle popolazioni locali, a futura memoria della visita delle divinità”.

Un curioso ritrovamento avvenuto in un villaggio al centro dell’India sta alimentando alcune discussioni in rete, secondo le quali, un paio di orme e un misterioso oggetto volante incisi nella roccia potrebbero essere indizi di antichi astronauti atterrati in tempi remoti.
Nel villaggio di Piska Nagri, nello stato indiano di Jharkahnd, il geologo Nitish Priyadarshi sta studiando alcune grandi orme incise in una roccia che, secondo la tradizione locale, indicano la visita di ‘antichi dei venuti dal cielo’.
Le incisioni si trovano su una grande roccia e sembrano riprodurre la sagoma di un paio di sandali di legno, calzature comunemente indossate migliaia di anni fa nella regione. Alcune paia di impronte misurano quasi 30 centimetri di lunghezza, mentre altre arrivano a circa 25 centimetri.

La mitologia indiana tramanda che le divinità Rama e Lakshmana, trascorsero diverso tempo in questa regione in cerca di Sita, la moglie di Rama, rapita dal diavolo. La vita e le imprese eroiche di Rama sono narrate nel Ramayana, un antico poema epico in sanscrito, che letteralmente significa “Il viaggio di Rama“.
Priyadarshi ha spiegato che le impronte si trovato su una roccia di granito e che, quindi, probabilmente sono state scolpite piuttosto che impresse nella sostanza dura:

“Potrebbero essere state realizzate dalle popolazioni locali, a futura memoria della visita delle divinità”.

Accanto alle impronte c’è un’altra interessante immagine che ha attirato l’attenzione di Priyadarshi: l’incisione di un misterioso oggetto volante.

“Le impronte e l’oggetto volante si trovano sullo stesso lato del masso”, continua il geologo. “Forse vuole indicare che i due dei hanno raggiunto questo luogo a bordo di un oggetto volante”.

Come spiegato dall’Epoch Time, l’età delle impronte non è stata ancora accertata. “Se consideriamo l’erosione degli agenti atmosferici, possiamo ipotizzare che le incisioni siano state realizzate migliaia di anni fa”, dice Priyadarshi.

Altre impronte

Il prof. George Davis Louderback

Ma quello indiano non è un caso isolato. In altre parti del mondo sono state rinvenute altre impronte giganti che per gli studiosi rappresentano ancora un enigma insoluto. Nel settembre del 1925, ad esempio, James Higgins rinvenne delle orme di piedi giganti in una roccia del Busy Peak, negli Stati Uniti.
Nel mese di ottobre del 1926, l’Oakland Tribune riportava la notizia di una scoperta fatta dal professorGeorge Davis Louderback, geologo dell’Università della California.
Il ricercatore rinvenne un paio di orme su una scogliera nei pressi di San Josè, le quali misuravano circa un metro e mezzo di lunghezza.

Nel 1976 la famosa antropologa e archeologa ingleseMary Leaky scoprì in Tanzania 70 impronte umane impresse nella pietra, nel sito noto come le ‘Piste di Laetoli’.
La Leaky disse che le orme sembravano appartenere ad esseri umani moderni, il che creava un grosso problema: le depressioni si trovavano uno strato datato circa 3,6 milioni di anni.
Secondo la teoria dell’evoluzione, nessun essere umano moderno sarebbe potuto esistere in un tempo tanto remoto. E allora, cosa succede quando una prova non sostiene una teoria?
Nonostante la dichiarazione di Maria Leaky sul look moderno delle impronte, gli scienziati si misero al lavoro per la ricerca di una spiegazione alternativa che si adattasse all’evoluzionismo.
Alcuni dissero che le orme sembravano appartenere ad un ominide non ancora scoperto; altri ipotizzarono che fossero di una creatura completamente diversa. Alla fine, conclusero che le orme appartenessero ad una creatura, tipo Lucy, a cavallo tra la scimmia e l’essere umano. Fine della storia.

Infine, l’anno scorso, l’esploratore Michael Tellinger ha rinvenuto un’impronta gigante lunga circa 1,2 metri in una roccia di granito vicino Mpuluzi, Sudafrica.

Anche in questo caso, la roccia sarebbe antica di circa 3 milioni di anni. Ma le impronte scoperte da Priyadarshi sono differenti. Esse sembrano appartenere a qualcuno che indossava delle calzature, tipo sandali.
Queste scoperte, insieme a molte altre, hanno dato il via ad un crescente interesse, da parte di alcuni ricercatori, volto a scoprire nuovi indizi che possano provare l’esistenza di grandi omini nel passato del nostro pianeta.

“Viviamo in un mondo tecnologico altamente avanzato, ma ci sono comunque moltissimi misteri intorno a noi”

dice Priyadarshi.

“Antichi luoghi ed esseri misteriosi, mondi e culture sommerse, paesaggi intrisi di simbolismo, apparizioni inspiegabili e incredibili reperti antichi. Nonostante le indagini approfondite, rimangono enigmi senza rispos

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12 settembre 2013 4 12 /09 /settembre /2013 12:25

Il meraviglioso calice che vedete nella foto (sopra) possiede una intrigante caratteristica: quando è illuminato da una fonte diretta, esso appare di color verde-giada, mentre se la fonte di luce è posta dietro l’oggetto, esso apparirà di colore rosso sangue.
Si tratta di un calice di vetro, conosciuto come ‘La Coppa di Licurgo’, poichè riporta una scena che coinvolge il re Licurgo di Tracia, importante personaggio della mitologia greca.
Acquistato nel 1950 dal British Museum, l’enigmatica proprietà del calice ha sconcertato gli scienziati per decenni. Una prima risposta arrivò solo nel 1990, quando un team di ricercatori inglesi, esaminando alcuni frammenti del calice al microscopio, scoprirono che gli artigiani romani furono pionieri nell’utilizzo di nanotecnologie.

La tecnica consisteva nell’impregnare il vetro con una miscela di particelle di argento e oro, fino a farle raggiungere le dimensioni di 50 nanometri di diametro, meno di un millesimo delle dimensioni di un granello di sale.
La precisione del lavoro e la miscela esatta dei metalli preziosi suggerisce che gli artigiani Romani sapessero esattamente quello che stavano facendo e che non si tratta di un effetto accidentale. “Si tratta di un’impresa straordinaria”, spiega Ian Freestone, archeologo presso l’ University College di Londra.
La vetusta nanotecnologia funziona in questo modo: quando il calice viene colpito con la luce, gli elettroni delle particelle metalliche vibrano in maniera tale da alterarne il colore, a seconda della posizione dell’osservatore.

Ma una nuova ricerca, di cui dà notizia lo Smithsonian Magazine, rivela alcune novità davvero sorprendenti. Logan Gang Liu, ingegnere presso l’Università dell’Illinois, si è dedicato per anni allo studio del manufatto, fino a capire che questa antica tecnologia romana può avere utilizzi nella medicina, favorendo la diagnosi di alcune malattie e l’individuazione di rischi biologici ai controlli di sicurezza.

“I romani sapevano come fare e come utilizzare le nanoparticelle per creazioni artistiche”, spiega il ricercatore. “Noi abbiamo cercato di capire se fosse possibile utilizzarla per applicazioni scientifiche”.

Dal momento che non era possibile utilizzare il prezioso manufatto, il team guidato da Liu ha condotto un esperimento nel quale sono stati creati una serie di recipienti in plastica intrisi di nanoparticelle d’oro e d’argento, realizzando degli equivalenti della Coppa di Licurgo.
Una volta riempito ciascun recipiente con i più diversi materiali, come acqua, olio, zucchero e sale, i ricercatori hanno osservato diversi cambiamenti di colore. Il prototipo è risultato 100 volte più sensibile dei sensori utilizzati per rilevare i livelli salini in soluzione attualmente in commercio.
Secondo i ricercatori, un giorno questa tecnica potrà essere utilizzata per rilevare agenti patogeni in campioni di saliva o di urina, e per contrastare eventuali terroristi intenzionati a trasportare liquidi pericolosi a bordo degli aerei.

Non è la prima volta che la tecnologia romana sorprende i ricercatori moderni, superando il livello attuale di conoscenza. Un esempio è dato dallo studio sulla composizione del calcestruzzo romano, rimasto sommerso nelle acque del Mediterraneo per 2 mila anni. I ricercatori hanno scoperto che la sua composizione è decisamente superiore al calcestruzzo moderno, sia in termini di durata che di ecocompatibilità.
Le conoscenze acquisite dai ricercatori vengono oggi utilizzate per migliorare il cemento che oggi utilizziamo. Non è ironico che gli scienziati si rivolgano alle tecniche utilizzate dai nostri antenati ‘primitivi’ per lo sviluppo di nuove tecnologie?

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12 settembre 2013 4 12 /09 /settembre /2013 12:08

stonehenge

 

Sebbene i ricercatori avessero già intuito l’esistenza di un percorso rettilineo che colleghi Stonehenge al fiume Avon, finora non era stato possibile individuare con chiarezza dove potesse trovarsi questo lungo viale.

L’occasione è stata fornita da alcuni lavori stradali eseguiti presso il sito, i quali hanno rivelato con chiarezza due lunghi solchi impressi nel terreno immediatamente vicini al sito megalitico.

Il principio del viale si trova vicino alla “Pietra del Tallone”, a circa 24 metri dall’ingresso di Stonehenge. I due solchi rappresentano i lati del viale, un lungo tratto lineare a nordest del sito. Le due formazioni sono state recise dal sito secoli fa, a causa della costruzione della strada A344 che costeggia il sito.

“La parte del viale che si collega al sito è stata tagliata per realizzare la strada, distruggendolo per sempre. Tuttavia, eravamo fiduciosi che le due formazioni sarebbero sopravvissute al di sotto di essa”, spiega Haether Sebire dell’English Heritage su Culture24.

Il team guidato da Sebire sta attualmente collaborando con l’amministrazione per eliminare la strada, come parte di un piano per valorizzare ulteriormente il sito archeologico. “E’ davvero eccitante trovare un pezzo di prova fisica che rende ufficiale il collegamento che stavamo cercando”, continua Sebire.

Il sentiero è chiaramente visibile dalle foto aeree, ma difficile da individuare a terra. Già dall’estate prossima, il pezzo mancante del viale dovrebbe essere visibile, anche se sarà coperto dall’erba.

“Si tratta di un’occasione unica per indagare come si presenta il viale sotto il vecchio manto stradale”, ha detto il dottor Nick Snashall, archeologo del National Trust per il Patrimonio Mondiale. “Per la prima volta possiamo affermare con certezza che Stonehenge e il suo viale erano un tempo legati, e a breve sarà di nuovo così”.

Le buone condizioni climatiche hanno permesso ai ricercatori di fare ulteriori scoperte nel cerchio di pietre esterno: nel mese di luglio, due membri del personale hanno individuato alcuni fori nella zona sudest del sito, che potrebbero aver ospitato le pietre 17, 18 e 19.

“C’è ancora discussione tra gli archeologi sul fatto che Stonehenge fosse un cerchio di pietre completo o incompleto”, ha spiegato la storica Susan Greaney. “La scoperta di questi fori, che sembrano aver ospitato delle pietre, rafforza l’idea che il sito fosse un cerchio completo, anche se non perfettamente uniforme”.

 

Stonehenge era già abitata 5 mila anni prima di quanto di pensasse
Trovata una Stonehenge sul fondo del lago Michigan?
I misteriosi cerchi della Bashkiria: una stonehenge della Russia?

 

Il mistero di Stonehenge

Stonehenge è uno dei luoghi più enigmatici e misteriosi che popolano il nostro pianeta. Sono ancora molti i segreti che l’antico sito archeologico custodisce gelosamente, soprattutto sulla sua creazione e il suo utilizzo.

Chi l’ha costruito? Qual era lo scopo della sua creazione? E cosa ha spinto i suoi costruttori a trasportare dei macigni colossali su una distanza enorme e posizionarli in quel modo?

Sono state avanzate numerose e diverse teorie su chi e perchè abbia voluto costruire Stonehenge, dagli uomini del neolitico, che hanno voluto erigere un luogo di culto con strumenti di lavoro estremamente primitivi, agli antichi astronauti provenienti dal cosmo intenzionati a costruire qualcosa di più complesso e misterioso. Purtroppo, nessun documento scritto è mai stato trovato che aiutasse a diradare la nebbia che avvolge il mistero di Stonehenge.

Gli unici riferimenti letterari sono contenuti nelle storie tramandate dal folklore e, naturalmente, nella leggenda di Re Artù e dei 12 cavalieri della tavola rotonda secondo la quale il complesso di Stonehenge sarebbe stato magicamente edificato damago Merlino per onorare i re di Britannia o i cavalieri della Tavola Rotonda caduti, prelevandolo, sempre con la magia, dall’Irlanda, dove era stato precedentemente costruito sul Monte Killaraus da Giganti che portarono le pietre dall’Africa.

Le gigantesche pietre di arenaria servite per la costruzione del cerchio più esterno del sito provengono da Marlborough Downs, 20 km a nord di Stonehenge. La più grande di queste misura 2,5 metri di lunghezza, 1,5 metri di larghezza e pesa, all’incirca, 25 tonnellate.

I costruttori non solo sono stati capaci di sollevare queste immani rocce, ma anche di creare un cerchio perfetto. Invece, i megaliti serviti per la formazione del cerchio interno provengono dai Monti Preseli nel Pembrokeshire, Galles occidentale, a 230 chilometri da Stonehenge. Sono state utilizzate sessanta pietre dal peso di 4 tonnellate ciascuno.

Secondo alcuni archeologi, la costruzione del monumento ha richiesto un periodo tra i 300 e i 500 anni. Altri credono, invece, che si siano voluti addirittura 1500 anni.

Il divario così estremo tra le teorie su Stonehenge la dice lunga sullo stato della comprensione della scienza sul questo sito così enigmatico, il quale non smette di suscitare meraviglia e stupore per la sua complessità e l’aura mistica che lo circonda.

Le pietre scelte per costruire i cerchi concentrici contengono una grande quantità di materiale cristallino che pare sia in grado di attrarre e condurre l’elettromagnetismo del terreno (aspetto che ricorda uno degli esperimenti più intriganti di Nikola Tesla). Inoltre, Stonehenge è stata costruita su una delle Ley Line più importanti che percorrono la Gran Bretagna.

Le “Ley lines” (linee di prateria), sono vere e proprie linee rette, larghe circa due metri ed equidistanti tra di loro, che percorrerebbero l’intera superficie terrestre, incrociandosi tra loro in modo da formare una rete. Le ha teorizzate l’inglese Alfred Watkins alla fine del secolo scorso. Nei punti in cui le Ley Lines si incrociano, sorgerebbero antichi templi e monumenti funebri pagani.

Sotto di esse scorrerebbero spesso acque sotterranee o sarebbero presenti filoni di minerali metallici. I luoghi energeticamente speciali si trovano, in molti casi, lungo queste linee.

Secondo alcuni studiosi russi, le Ley Lines costituirebbero una griglia di energia sulla quale si fonderebbe la struttura stessa della Terra. Sul sito di Stonehenge convergono ben quattordici Ley Line, cosicché da trovarsi in un punto importante della griglia energetica planetaria.

Anche i Monti Preseli, dove sono state ricavate le rocce, sono attraversate da Ley Lines. Tracce molti antiche, menhir e sepolcri adornano le colline in cui brillano abbindandi giacimenti di cristalli di quarzo.

Ancora oggi, le pietre dai Monti Preseli sono considerate in possesso di qualità magiche di guarigione da alcuni cultori delle antiche tradizioni celtiche. Esse sono calde al tatto, e quando si spaccano, il loro interno si presenta scuro e lucido, come un cielo notturno scintillante di stelle.

Il che spinge a porsi una domanda fondamentale: come avevano fatto gli antichi a capire questo? Cosa significava per loro? Soprattutto, chi erano costoro? Chiunque abbia costruito Stonehenge, certamente sapeva della convergenza energetica del luogo.

Si ipotizza che lo schema originario di Stonehenge avesse la forma di un “calice” (o calderone), in grado di convogliare una grande quantità di energia geomagnetica. E’ un caso che proprio qui, nel Wiltshire, si presenti il famoso fenomeno dei Crop Circles? E’ solo un caso o c’è una connessione?

Insomma, cos’era Stonehenge? Un enorme osservatorio astronomico? Un luogo ci culto? Un luogo di guarigione? Ci troviamo davanti ad un immenso monumento a forma di cerchio costruito direttamente su un punto della griglia planetaria, in uno dei luoghi dove si manifesta il misterioso fenomeno dei Crop Circles, circondato da un’intensa attività UFO e su una della più grandi Leyline della Gran Bretagna. Convergenze abbastanza impressionanti… cosa significa tutto cio?

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Published by lalchimista - in Archeologia e scoperte
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