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16 luglio 2013 2 16 /07 /luglio /2013 08:27

Scienze umane e tecnologie sociali link- È stato tenuto segreto per quasi due anni, è stato fatto volare nella brughiera milanese più volte e in molti modi e una volta conclusa la prima fase di prove è stato presentato alla ribalta internazionale del salone aerospaziale parigino di Le Bourget. È il Progetto Zero, un aereo dalle strane forme bianche e rosse attorno alle quali si concentrano gli occhi curiosi degli specialisti di ogni continente: sicuramente la macchina volante più attrattiva di questo salone.

 

Il Progetto Zero di AgustaIl Progetto Zero di Agusta    Il Progetto Zero di Agusta    Il Progetto Zero di Agusta    Il Progetto Zero di Agusta    Il Progetto Zero di Agusta

BANCO PROVA - L’avveniristico velivolo è stato costruito da Agusta Westland e i suoi primi test celesti (primo volo nel maggio 2011) sono stati effettuati nella sede di Cascina Costa accanto ai più tradizionali elicotteri che conosciamo. E proprio per guardare a un loro futuro diverso, più sofisticato e perfezionato, è nato Progetto Zero. «È un dimostratore tecnologico, un banco prova volante», spiega Luigi Umberto Ricci Moretti, direttore del programma, «con il quale abbiamo affrontato sfide in campi diversi del volo verticale i cui risultati saranno trasferiti sui futuri programmi».

ELETTRICO - Si tratta di un velivolo interamente elettrico capace di sollevarsi in verticale come un elicottero grazie a due grandi eliche intubate che, una volta nell’aria, ruotano di 90 gradi permettendo di procedere in orizzontale come un aeroplano. Questa tecnologia è un’evoluzione di una conoscenza maturata con la costruzione del convertiplano AW 619 che Agusta Westland sta collaudando per il trasporto civile. Ma con il Progetto Zero si va, appunto, oltre facendo funzionare tutto con l’elettricità e non con motori tradizionali.

MATERIALI COMPOSITI - Gli altri aspetti innovativi riguardano la capacità di autogestirsi da solo in volo (ha radar altimetro, Gps e sistemi di autogoverno) ed è costruito con criteri di grande semplicità oltre ad avere strutture leggerissime in materiali compositi. Altre soluzioni applicate riguardano poi l’eco-compatibilità: la sua silenziosità è da record. Di questo velivolo dalle vaghe forme quasi da fantascienza curate da Stile Bertone, si è conclusa ora la prima fase di test dimostrando l’efficacia delle scelte compiute.

PROGETTO - Il progetto è frutto di un investimento della società che ha coinvolto quindici società fornitrici di varie parti e conoscenze, quattro delle quali sono straniere (Giappone, Usa, Gran Bretagna). Le altre sono tutte italiane, la maggior parte del gruppo Finmeccanica come Selex Es che ha costruito il cervello di guida. Altre provengono da campi diversi (automobili e motociclette) e che ora hanno portato anche metodi diversi nel sofisticato mondo aeronautico soprattutto nell’ottica di tagliare i costi. Progetto Zero è un efficace piano di ricerca tecnologica che potrà essere prezioso per sostenere una capacità italiana nel settore e mantenerla a quel livello di competitività internazionale che oggi detiene. Adesso si attende l’avvio della seconda fase (nella quale si collauderà anche una versione ibrida con propulsore diesel) destinata a continuare il lavoro finora condotto con successo.

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13 luglio 2013 6 13 /07 /luglio /2013 17:51

Una reazione automatica al freddo fa contrarre i muscoli erettori della peluria e restringere i vasi sanguigni per conservare il calore.

Pelle d'oca. <a href="http://www.focus.it/scienza/sessualita/notizie-curiosita-e-record-su-seno-e-capezzoli_C9.aspx">Tutte le curiosità sul seno</a>
È una reazione automatica provocata dal freddo e dallo shock. 
Quando fa caldo e il corpo ha bisogno di raffreddarsi, i muscoli erettori dei peli si rilassano, le ghiandole sudoripare, dilatandosi, eliminano il calore del corpo sotto forma di sudore e i vasi sanguigni si ingrossano per assorbire calore dalla pelle ed eliminarlo. Quando fa freddo, invece, i muscoli erettori fanno sollevare i peli e i condotti delle ghiandole sudoripare e i vasi sanguigni si restringono per conservare il calore. 


Non serve più. Oggi questo non è sicuramente un buon sistema di protezione dal freddo, ma nel nostro lontano passato eravamo coperti solo da una pelliccia di peli e la pelle d’oca aveva una funzione protettrice. 

Dove nasce la pelle d’oca. Quale parte del nostro corpo decide quando è ora d'iniziare a rabbrividire dal freddo? La colpa è tutta di un sistema di connessioni cerebrali che - secondo alcuni scienziati di un'università dell'Oregon (Stati Uniti) - misura, come un termometro, la temperatura della pelle, e se la giudica troppo bassa dà avvio a questa "danza invernale". «Il tremore genera calore nei muscoli, ed è l'ultima forma di difesa che il corpo utilizza per mantenere la propria temperatura interna anche in situazioni di freddo estremo», spiega Kazuhiro Nakamura, uno dei ricercatori. Studiando il sistema di termoregolazione dei ratti, molto simile a quello umano, gli scienziati hanno localizzato una sorta di percorso sensoriale che parte dalla pelle e arriva fino a due aree cerebrali - il nucleo parabrachiale e l'area preottica - che comandano al nostro corpo di tremare. Tutto ciò avviene senza che noi ce ne accorgiamo: in pratica abbiamo due diversi sistemi di avvertire il freddo, uno cosciente e uno incoscio. La scoperta potrebbe in futuro aiutare i medici a curare pazienti in gravi condizione di alterazioni termiche, come l'ipotermia.
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13 luglio 2013 6 13 /07 /luglio /2013 10:20

 

C’è una svolta nella ricerca sulle staminali, grazie al lavoro congiunto messo in campo dall’Istituto San Raffaele e da Telethon, durato ben 15 anni e costato 30 milioni di euro; sei bambini sono infatti guariti da malattie genetiche ritenute incurabili, come la sindrome Wiskott-Aldrich e la leucodistrofia metacromatica.

Il piano improntato dall’equipe coordinata dal professor Luigi Naldini, che da vent’anni si dedica a queste ricerche, è basato su due fasi: nella prima il dna di una cellula difettosa viene corretto grazie all’introduzione di un gene sano assemblato in laboratorio; nella seconda entrano invece in campo le cellule staminali, delle quali fa parte il dna corretto con la terapia genica, che è in grado di moltiplicarsi in continuazione e garantiscono quindi la permanenza del genoma sano per tutta la vita.

Il gene ricreato in laboratorio è uno dei più noti, l’Hiv. Ha spiegato Naldini, citato da ‘Repubblica’: “Dell’Hiv originale in realtà conserviamo solo il 10% del genoma. Si tratta di un virus ormai inoffensivo. E sono convinto che sia stato lui il vero motivo per cui la terapia genica si è rivelata per la prima volta così efficiente”.

Una delle malattie curate attraverso questo metodo è la leucodistrofia metacromatica, la malattia che affligge la piccola Sofia, la bambina ‘simbolo’ delle cure con il metodo Stamina, che non è potuto entrare nella sperimentazione del San Raffaele, perché la malattia era a uno stadio avanzato. Ha sottolineato Naldini: “La nostra tecnica si è dimostrata efficace nel bloccare l’insorgenza dei sintomi. Ma purtroppo non siamo in grado di farli regredire”.

Tre i bambini guariti dalla leucodistrofia metacromatica: Mohammed, un bambino libanese di 4 anni e mezzo, Giovanni, un bambino americano di tre anni e Kamal, suo coetaneo, che viene da un piccolo villaggio egiziano al confine con il Sudan.

 

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13 luglio 2013 6 13 /07 /luglio /2013 08:52

 

 

 

 

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Il termine phishing deriva una storpiatura del verbo inglese fishing, in italiano pescare. Si tratta di un’attività truffaldina che avviene tramite posta elettronica e con cui i malintenzionati cercano con l’inganno di farvi “abboccare”, appunto, alle loro proposte e sgraffignarvi dati anagrafici, di carta di credito e di accesso a vostri conti correnti online.

· I truffatori inviano delle mail molto curate nella grafica che sembrano proprio provenire dalla vostra banca. Nel testo solitamente vi si informa che vi sono problemi col conto corrente, o che dovete cambiare il codice d’accesso o che si sono verificati grossi spostamenti di denaro sul conto e vi si invita quindi a cliccare su un particolare indirizzo (link, in inglese) per controllare e risolvere tali problemi.

· Il link fornito rimanda a un sito del tutto simile a quello della vostra banca, ma costruitoad hoc dai truffatori: questi ultimi possono così registrare le vostre informazioni personali (password e codici d’accesso) e utilizzarle poi sul vero sito internet della vostra banca per svuotare il vostro conto.

· Le forme e le tipologie di phishing diventano sempre più subdole, raffinate e quindi pericolose. Anche un nostro lettore, che ringraziamo per la segnalazione, è stato vittima di un tentativo di truffa di questo tipo. Ha ricevuto una mail dall’indirizzocitibank@bounce.kiwari.com in cui un truffatore, spacciandosi appunto per la bancaCitibank, invitava il lettore a compilare e inviare un modulo per il ricevimento della carta di credito Citibank Visa Gold.

· È ovviamente un altro metodo per sgraffignare dati personali e accedere ai vostri conti correnti. Come lo sappiamo? Semplice: qualsiasi banca non vi invierà mai mail chiedendovi di aggiornare i vostri dati anagrafici, i vostri codici segreti, il vostro numero di carta credito o di scaricare particolari programmi per la sicurezza o di inviare moduli e documenti.

· Il modo migliore per difendersi dal phishing è quindi quello di cancellare immediatamente il messaggio sospetto senza mai rispondere, cliccare su link o scaricare programmi allegati.

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Published by lalchimista - in Sicurezza e Allarmi
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12 luglio 2013 5 12 /07 /luglio /2013 19:30

 

 

 

 

 

 

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La regione chiamata con termine greco-bizantino Anatolia (“terra di levante”) nell’antichità fu considerata parte integrante dell’Europa: Erodoto1 fissa infatti il confine orientale dell’Europa sul fiume Fasi, nei pressi degli odierni porti georgiani di Poti e Batumi. Nel Medioevo Dante colloca “lo stremo d’Europa”2 vicino ai monti dell’Asia Minore, dai quali, dopo la distruzione di Troia, l’Aquila imperiale spiccò il volo verso l’Italia. Per la geografia moderna, la penisola anatolica è la propaggine più occidentale dell’Asia; tuttavia alcuni geografi la considerano più che altro la quarta penisola del Mediterraneo, data la sua posizione analoga a quella delle penisole iberica, italiana e greca.

Sotto il profilo etnico, il popolo turco stanziato nella penisola anatolica costituisce il risultato di una sintesi che ha coinvolto popoli di diversa origine. Fin dall’antichità, l’Anatolia è stata abitata da popolazioni di lingua indoeuropea: Ittiti, Frigi, Lidi, Lici, Panfili, Armeni, Celti ecc. Con l’arrivo dei Turchi Selgiuchidi e poi dei Turchi Ottomani, ebbe luogo una fusione dell’elemento autoctono con quello turanico, sicché oggi si ha in Turchia “un tipo medio, che va considerato più di fattezze europee che asiatiche”3. In altre parole, i Turchi dell’Anatolia “sono in maggioranza europidi purissimi, passati nel tempo all’uso di una lingua turca a opera dei loro conquistatori centro-asiatici”4.

La lingua ufficiale della Turchia, il turco ottomano (osmanli), come tutte le lingue turco-tatare appartiene al gruppo altaico. Si tratta perciò di una lingua non indoeuropea, così come non sono indoeuropee altre lingue parlate da secoli in Europa: le lingue turco-tatare della Russia, le lingue caucasiche, il basco, le lingue ugrofinniche (ungherese, finlandese, estone, careliano, lappone, mordvino, ceremisso, sirieno, votiaco ecc.).

La religione professata dalla quasi totalità del popolo turco è l’Islam, presente in Europa fin dall’VIII secolo d.C. La Turchia è musulmana così come lo sono state la Spagna, la Francia meridionale e la Sicilia; come lo sono alcune regioni della Russia, del Caucaso e dei Balcani; come lo è oggi una parte della popolazione dell’Europa, dove il numero complessivo dei musulmani supera ormai i dieci milioni di anime.

La dinastia che resse l’Impero ottomano fino alla sua caduta fu in sostanza una dinastia europea, nella quale il tasso di sangue turco diminuiva ad ogni generazione, poiché la validé (la madre del Sultano) era o greca, o slava o circassa o anche italiana. In un certo senso, si potrebbe dunque dire che i Sultani ottomani erano “più europei” che non i re ungheresi della dinastia di Arpád, turanici per parte di padre e di madre. Quanto alla classe dirigente ottomana, furono innumerevoli i visir, i funzionari politici e gli ufficiali dell’esercito appartenenti ai popoli balcanici. Gli stessi giannizzeri, l’élite militare dell’Impero, non erano d’origine turca.

Il pontefice Pio II, nella lettera da lui inviata nel 1469 a Mehmed il Conquistatore, riconobbe il Sultano come “imperatore dei Greci” de facto, in quanto successore dei basileis di Bisanzio e degli imperatori di Roma: “Fuerunt Itali rerum domini, nunc Turchorum inchoatur imperium”. Papa Enea Silvio Piccolomini proponeva quindi al Conquistatore di trasformare la situazione de facto in stato de jure, facendosi nominare da lui “imperatore dei Greci e dell’Oriente” mediante… “un pochino d’acqua (aquae pauxillum)”. Ma, mentre un altro principe “pagano”, il magiaro Vajk, si era fatto battezzare col nome di Stefano e aveva ricevuto da Papa Silvestro II la corona regale, Mehmed invece rimase Mehmed e trasmise ai suoi successori quell’autorità imperiale che, toccatagli per effetto dell’ordalia del maggio1453, era stata ben presto riconosciuta dall’Europa in maniera esplicita e ufficiale. Secondo la Repubblica di Venezia, infatti, Mehmed II era imperatore di Costantinopoli, cosicché gli spettavano di diritto tutti i territori dell’impero bizantino, comprese le vecchie colonie greche della Puglia (Brindisi, Taranto e Otranto). Per quanto riguarda Firenze, Lorenzo il Magnifico fece coniare una medaglia sulla quale, accanto all’immagine del Conquistatore, si poteva leggere: “Mahumet, Asie ac Trapesunzis Magneque Gretie Imperat(or)”; dove per Magna Gretia si doveva intendere Bisanzio col suo vasto retroterra europeo. Altre due medaglie, che parlavano anch’esse un linguaggio inequivocabile circa il carattere rivestito dall’imperium ottomano, furono fatte coniare nel 1481 da Ferrante d’Aragona; le iscrizioni qualificavano Mehmed II come “Asie etGretie imperator” e “Bizantii imperator”.

“Fatto come i Romani per reggere i popoli, secondo l’affermazione dell’antico poeta, [il Turco] ha governato vecchi popoli civili nel rispetto delle loro tradizioni e delle loro ambizioni millenarie”5. Così l’Impero ottomano, subentrando all’Impero Romano d’Oriente, fu “l’ultima ipostasi di Roma (…) la Roma musulmana dei Turchi”6, ovvero “un Impero romano turco-musulmano”7. La Turchia ottomana fu perciò una potenza europea, come venne d’altronde ufficialmente riconosciuto dagli stessi rappresentanti degli Stati europei nel congresso di Parigi del 1856, quando la Turchia era diventata “il grande malato d’Europa”.

Un secolo e mezzo più tardi lo Stato turco non è più il grande malato d’Europa, ma, al contrario, gode di uno stato di salute migliore di quello di molti Paesi europei. Tuttavia, pur essendo candidata dal 1999 all’ingresso nell’Unione Europea, la Turchia viene tenuta in quarantena a tempo indeterminato. La sua adesione all’Unione, fissata per il 2015, è tutt’altro che scontata.

La Turchia è Asia

Il primo insediamento di un popolo turco sul territorio anatolico ebbe luogo in seguito alla battaglia di Melashgert, avvenuta il 26 agosto 1071, nella quale le truppe comandate da Romano Diogene furono sbaragliate dai guerrieri selgiuchidi di Alp Arslan. Con questi primi invasori turchi erano arrivati in Anatolia anche i Turchi ottomani, ai quali fu inizialmente assegnata una marca di confine fra i territori selgiuchidi della Frigia e della Galazia e la provincia di Bitinia, ancora sotto controllo bizantino; l’indebolimento della potenza selgiuchide favorì la nascita dell’impero ottomano.

Ma già prima che Selgiuchidi e Ottomani giungessero in Anatolia, tra i secoli VI e IX diversi gruppi turchi si erano stanziati in Europa. I Cazari avevano fondato un impero che dalle rive nordoccidentali del Caspio si estendeva fino alla Crimea; i Bulgari avevano costituito due distinti khanati, nei bacini della Volga e del Danubio; gli Avari erano dilagati fino ad occidente del Tibisco; i Peceneghi avevano occupato le foci del Danubio; i Qipciaq e i Cumani si erano stabiliti a nord e a nordest del Mar Nero. Prima ancora, nel IV secolo, nei territori dell’Impero romano erano apparsi gli Unni, che sotto la guida di Attila (m. 453) sarebbero poi assurti a grande potenza creando un impero; essi erano i probabili discendenti di quegli Hsiung-nu che per qualche secolo avevano minacciato l’Impero cinese.

Selgiuchidi e Ottomani, antenati dei Turchi d’Anatolia e degli Azeri, costituiscono una delle tre parti in cui si divise, tra i secoli X e XII, la massa di tribù turche nota come gruppo oguzo. La seconda, costituita inizialmente da Uzi e Peceneghi, è rappresentata oggi dai Gagauzi (sparsi tra Ucraina, Repubblica di Moldavia, Romania e Bulgaria) nonché da varie comunità turche dei Balcani. La terza parte del gruppo oguzo è quella che, rimasta rimasta nei pressi dell’Aral, diede origine al popolo dei Turkmeni.

Premesso che  i vari sistemi di classificazione delle lingue e dei dialetti turchi proposti dai turcologi “sono tutti necessariamente artificiosi nel tentativo di raggruppare concrezioni linguistiche di età differente”8, è comunque possibile collocare il gruppo oguzo nel ramo occidentale della famiglia turca, al quale appartengono anche i gruppi bulgaro, kipciak e karluk.

Il gruppo bulgaro, che nell’Alto Medioevo comprendeva la lingua parlata dai Bulgari della Volga e della Kama, nonché la lingua cazara, è rappresentato attualmente dal ciuvascio, parlato sui territori di tre repubbliche autonome della Federazione Russa.

Il gruppo kipciak viene ripartito in tre sottogruppi, al primo dei quali appartenne la lingua di quei Cumani che, apparsi nell’Est europeo nel sec. XI, in parte si stanziarono in territorio ungherese; le lingue vive di questo sottogruppo sono parlate da circa cinque milioni di anime tra Lituania, Ucraina, Caucaso, Kirghizistan e Uzbekistan. Il secondo sottogruppo è costituito da Tatari e Baskiri. Fra le tre lingue del terzo sottogruppo, la più importante è quella kazaka, lingua ufficiale del Kazakhstan.

Il gruppo karluk comprende, oltre ad alcune lingue antiche e letterarie, due lingue parlate in vari territori dell’Asia centrale: l’usbeco (ufficiale in Uzbekistan) e l’uiguro moderno (ufficiale nella Regione Autonoma dello Hsinkiang).

Per quanto riguarda il ramo orientale della famiglia turca, esso comprende il gruppo uiguro-oguzo e quello kirghiso-kipciak. Nel primo gruppo rientrano, assieme ad altri idiomi, il tuvino, parlato nell’omonima repubblica della Federazione Russa, e lo jacuto, che corrisponde alle zone più settentrionali ed orientali dell’area turcofona (Repubblica Jacuta e isola di Sachalin). Nel secondo gruppo, la lingua più diffusa è il chirghiso, che è parlata in Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, Hsinkiang, Afghanistan e Pakistan.

Fatta eccezione per la lingua parlata anticamente dai Bulgari, per lo jacuto e per il ciuvascio, le lingue turche antiche e moderne non differiscono molto tra loro, sicché risulta evidente il rapporto di affinità linguistica che lega i Turchi dell’Anatolia agli altri popoli turchi che vivono nel continente eurasiatico.

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Published by lalchimista - in Geografia e Turismo
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12 luglio 2013 5 12 /07 /luglio /2013 09:34

Mentre nel mondo l’accelerazione degli eventi sembra manifestare nuovi equilibri ad ogni livello, soprattutto geopolitico, è sorprendente notare la calma assoluta che continua a contraddistinguere la classe politica, per nulla intenzionata a mutare la propria rotta anche quando se ne manifesta l’esito devastante (per se stessa, non solo per il popolo). Un perfetto esempio ne è la breve intervista rilasciata da Susy De Martini a Zapping duepuntozero, trasmissione di Radiouno, il 1° luglio (potete ascoltarla qui). La De Martini, parlamentare europea del gruppo dei Conservatori e Riformisti (ma si può essere “conservatori” e “riformisti” contemporaneamente?) viene intervistata sullo scandalo Snowden e sugli accordi di libero scambio Usa-Ue: “sarebbe un grosso guaio per noi europei se gli accordi fallissero” esordisce, per poi aggiungere che la vicenda Snowden è “una tempesta in un bicchier d’acqua” perché “le spie hanno sempre spiato le spie”. L’onorevole De Martini, che a Strasburgo fa parte della delegazione per i rapporti con gli USA, lancia i suoi sospetti sulla talpa della NSA:

“Mi sembra un po’ tanto strano questo personaggio; uno che al suo trentesimo compleanno si è regalato la frase ‘voglio informare le persone di quello che faccio per conto loro e di quello che faccio contro di loro’ (…). Ma quali sarebbero le vittime?”.

Niente da obiettare allo spionaggio attuato dalle istituzioni d’oltreoceano contro i propri cittadini, quindi, da parte della De Martini. Peccato che l’onorevole sia stata eletta nelle liste di un partito, lo stesso di Silvio Berlusconi, che da sempre considera illegittima l’ingerenza dello Stato nella privacy dei cittadini, in nome dei principi liberali dello stato di diritto: principi che evidentemente valgono solo per alcuni privilegiati, magari ricattabili, e non per i comuni mortali. Ma ecco che i sospetti della De Martini diventano ipotesi di complotto:

“Se uno firma per diventare una spia si rendeva conto benissimo di quello che stava facendo”, afferma l’europarlamentare, quindi “ci sono tre possibilità: o diventa una spia per conto di qualche altra potenza (e Putin si è affrettato a precisare che non è una spia russa), o è un traditore del suo paese, un traditore nel suo DNA (ed è giusto quindi che gli americani lo vogliano) oppure è semplicemente uno stupido o un narciso in cerca di notorietà”.

Passano pochissimi minuti e il conduttore la rincalza: “Io addirittura ho letto che qualcuno potrebbe aver fatto esplodere questo scandalo per mettere un granello di sabbia nell’ingranaggio degli accordi transatlantici”. L’eurodeputata conservatrice (ma anche riformista, eh!), spronata, torna allora all’attacco:

“la ringrazio per il ragionamento, anche a me è venuto questo dubbio. Ha tantissimo da guadagnarci la Russia dal fallimento di questo accordo e ha tantissimo da guadagnarci la Cina, infatti Snowden è andato prima a Hong Kong e dopo in Russia. Mi chiedo anche: ‘se questo ragazzo ama tanto la democrazia, perché mai sta chiedendo l’asilo in paesi che noi sappiamo ben poco democratici come la Russia e l’Ecuador?’, questa è un’altra domanda che io mi pongo… lei ha chiesto giustamente: ‘a chi giova?’.

Se la De Martini ritiene che la Russia e l’Ecuador siano “paesi ben poco democratici” dovrebbe anche fornirne le prove, anziché nascondersi dietro un “noi sappiamo” molto evasivo, che, se pronunciato da un deputato europeo che è anche membro di una commissione per le relazioni internazionali come rappresentante di una nazione che ha firmato accordi strategici con uno di quei due paesi (ed eletta nel partito di chi quegli accordi li ha firmati e difesi)… potrebbe provocare una richiesta di chiarimento non poco imbarazzante. La De Martini, in realtà, forse ignora che gli Stati Uniti sono costituzionalmente una repubblica, non una democrazia (e i due termini non sono sinonimi). Più che lecito invece chiedersi, come fa l’onorevole, a chi giovi lo scandalo Snowden, ma prima ancora ci si dovrebbe chiedere a chi giovino gli accordi sul libero scambio, ovvero la Transatlantic Trade and Investment Partnership. All’Europa, secondo la nostra rappresentante a Strasburgo:

“teniamo presente che se fallisse l’accordo commerciale con gli Stati Uniti noi perderemmo il 28% in più delle nostre esportazioni, 273 miliardi di euro ogni anno e 400mila posti di lavoro; sarebbe solo l’Europa a perdere, non gli Stati Uniti, che avrebbero pronta la Cina come partner commerciale”.


L’intervistata non precisa se il suo noi sia riferito all’Italia o all’Unione Europea, ma i suoi dati sono un po’ sorprendenti. Proviamo infatti a confrontarli con quelli che riporta la Bertelsmann, una fondazione tedesca di stampo europeista ed atlantista, in primo piano nel sostenere la necessità dell’unificazione commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Ebbene, secondo la Bertelsmann, dal varo del transatlantico Titanic… pardon, TTIP, i paesi dell’UE riceveranno un incremento del reddito medio pro-capite del 5%, contro il 13,4% degli Stati Uniti. L’accordo, inoltre, potrebbe facilmente incrementare le disparità europee, dato che ai traffici all’interno del continente saranno preferiti quelli con gli USA (e magari il Canada?), a vantaggio della Gran Bretagna e a danno della Germania.


Eppure la nostra rappresentante a Strasburgo rimarca: “per l’Europa sarebbe solo – ripeto: solo – un vantaggio”. E punta il dito contro Parigi, rea di aver proposto di fermare i negoziati e di aver sollevato la questione dell’eccezione culturale, per difendere il cinema e la musica francesi da un’invasione di prodotti culturali a stelle e strisce a basso costo: “giusto difendere la cultura, ma perché mettere un paletto ad un accordo commerciale, quando esiste internet, che permette ai giovani di scegliere cosa guardare?”. In realtà, attraverso la richiesta dell’eccezione culturale, Parigi ha costretto i mezzi di informazione generalisti a parlare del TTIP, un accordo non solo commerciale, ma che punta alla realizzazione di una vera e propria Unione Transatlantica, con un Consiglio economico, un Consiglio politico ed una Assemblea parlamentare transatlantica, le cui decisioni avrebbero valore cogente nei confronti di Bruxelles e, di riflesso, dei paesi UE. Una ulteriore cessione di sovranità nel silenzio del Parlamento e della stampa, che escluderebbe ancora di più i popoli occidentali dalla padronanza sulle proprie scelte, affidandola in modo pressoché irreversibile al prototipo di un governo mondiale.


Concretamente, in caso di realizzazione dell’accordo non solo le normative commerciali dovranno adeguarsi a quelle di Washington (livellamento verso il basso dei salari, privatizzazione dello stato sociale, liberalizzazione di prodotti altamente nocivi come gli OGM), ma anche i cittadini europei potrebbero subire legalmente lo stesso trattamento dei loro cugini d’oltreoceano, sottoposti agli stessi sistemi di sorveglianza e alle stesse leggi antiterrorismo (tra cui il National Defense Auctorization Act, che permette al Presidente USA di fare arrestare chiunque, americano e non, e trattenerlo per tempo indefinito e senza motivazione in un luogo di detenzione segreto).

Forse gli europei dovrebbero essere avvisati di questo, non solo dei pericoli per la loro eccezione culturale (in quei paesi dove esiste ancora), non trova, on. De Martini?
Non contenta, onorevole, lei afferma anche di non sapere quale danno ci potrebbe mai esser stato fatto dallo spionaggio USA ed esclude categoricamente lo spionaggio industriale, perché questo viene “sempre fatto da aziende e non da stati… magari avessimo qualcosa da farci spiare, ne sarei lusingata”, ricordando che gli USA sono al primo posto per numero di brevetti depositati.

Mi perdoni, onorevole, se ritengo questa sua frase altamente offensiva dell’intelligenza del suo popolo. Un popolo che inventò, grazie all’ingegno di Adriano Olivetti, i primi personal computer, prima che la morte dell’imprenditore creasse le condizioni perché la Olivetti finisse nelle mani dell’ingegner Carlo De Benedetti, patrono di Repubblica eL’Espresso, ed i suoi progetti finissero nelle mani degli yankees. Che oggi, attraverso queipersonal computer, possono sapere ogni cosa di noi e diffondere nel mondo la loro cultura, intrinsecamente legata alla tecnologia che la veicola. Non la sola invenzione soffiataci dagli USA, ma una delle tante. In questo caso dobbiamo ringraziare un imprenditore di sinistra, peraltro arcinemico di chi l’ha fatta eleggere a Strasburgo, ma non sembra che a lei, di destra, interessi molto.


Per concludere, onorevole, non posso non parafrasarla. Infatti, per giustificare come un rappresentante del popolo possa fare dichiarazioni come le sue, ci sono tre possibilità: o è venduto ad una potenza straniera, o è un traditore nel DNA o è affetto da narcisismo e stupidità. Non mi permetterei mai, onorevole, di prendere in considerazione la terza ipotesi, per estremo rispetto e gentilezza
.

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Published by lalchimista - in Diritto e Tributi
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10 luglio 2013 3 10 /07 /luglio /2013 17:46

Da uno studio condotto dal prestigioso istituto francese di analisi Xerfi emerge un dirompente rovesciamento delle condizioni economiche interne all’Eurozona, del tutto sufficiente ad imprimere una brusca accelerata al processo di disintegrazione dell’euro. Il dato cruciale messo in risalto all’interno del documento è infatti rappresentato dall’impressionante cambio di paradigma varato dalla Germania, che nell’arco di appena 12 mesi è riuscita a rivoltare in maniera radicale il proprio export. Nel primo semestre del 2013, il 65% circa delle esportazioni tedesche veniva assorbito dai Paesi membri dell’Unione Europea, di cui il 36% dalle nazioni che aderiscono all’Eurozona, mentre ad appena un anno di distanza il 74% circa dell’export tedesco veniva realizzato al di fuori dei confini europei. L’incremento delle esportazioni tedesche all’esterno del “vecchio continente” è stato pari a 70 miliardi di euro (su 131 miliardi dal 2007), a fronte di una contrazione di 77 miliardi all’interno dell’Unione Europea. Il che è naturalmente dovuto alla caduta della domanda interna in tutti i Paesi dell’Eurozona, imputabile alle sostanziali terapie d’urto imposte dalla cosiddetta “troijka” dietro il pungolo di Berlino.

 

Saldo commerciale tedesco

 

Va tuttavia sottolineato il fatto che la “fetta” di esportazioni tedesche all’interno dell’Unione Europea sia rimasta inalterata al 22% per oltre dieci anni, mentre le quote francese, britannica e italiana sono costantemente diminuite a fronte dell’avanzata dei Paesi dell’Europa orientale e delle nazioni gravitanti attorno all’orbita tedesca (come l’Olanda).

 

Ripartizione delle esportazioni

 

In compenso, la Germania ha aumentato il volume delle importazioni dai Paesi membri dell’Unione Europea (79 miliardi di euro), per effetto della netta divaricazione tra la sua crescita e la recessione che attanaglia tutti gli altri Stati concorrenti.

 

Import-export tedesco

 

Il che significa che la Germania ha orientato l’intera costruzione politico-economica europea al completo servizio delle proprie necessità, mentre gli altri Paesi hanno subito una progressiva marginalizzazione che li ha di fatto trasformati in fornitori a basso prezzo (per via della compressione salariale legata alle misure d’austerità) della componentistica e di merci dallo scarso o nullo valore aggiunto per conto della potenza industriale dominante. L’arretramento costante di Francia, Gran Bretagna e Italia – chiaramente testimoniato dal crollo del mercato intra-UE (rispettivamente dal 13 al 9%, dal 10 al 6% e dal 9 al 7%) –, strettamente connesso alle rigidità e alla “forza” della moneta unica, ha generato un forte malcontento in seno alle popolazioni, favorendo l’avanzamento di movimenti euro-scettici e dichiaratamente ostili al consolidamento della costruzione (come il “Movimento 5 Stelle” o l’“United Kingdom Indipendence Party”).

Ma anche all’interno della stessa Germania sono sorti malumori – dimostrati, tra le altre cose, dal discreto successo ottenuto dai “Piraten” –, causati dal massiccio trasferimento di ricchezza nazionale verso i Paesi europei più in difficoltà, che in caso di consolidamento dell’Unione Europea (incomprensibilmente – o forse no – ambito da quasi tutti i governi europei) vincolerebbe Berlino a versare annualmente una cifra quantificabile in circa 80 miliardi di euro (pari al 3% circa del Prodotto Interno Lordo tedesco). La stessa Cancelliera Merkel, che sarà imminentemente chiamata ad affrontare le elezioni politiche, deve aver seriamente valutato – a differenza dei “politicanti” francesi, britannici, italiani e spagnoli – i pro e i contro che comporterebbe la concretizzazione di questa prospettiva. Non a caso, ha lanciato segnali piuttosto ambigui in proposito, ostentando una certa freddezza (assolutamente senza precedenti per un per tale personaggio) per quanto concerne la tenuta dell’Eurozona. Con l’uscita dall’euro, si sbloccherebbero immediatamente i meccanismi di rivalutazione che conferirebbero al marco un valore assai notevole, che penalizzerebbe pesantemente l’export tedesco. Lo stesso Ministero delle Finanze tedesco ha condotto uno studio, prontamente pubblicato dal noto settimanale “Der Spiegel”, all’interno del quale si sostiene che l’implosione della moneta unica europea comporterebbe una caduta del Prodotto Interno Lordo tedesco pari al 9,2% e un aumento della disoccupazione prossimo al 10%, portando la massa dei senza lavoro oltre la soglia dei 5 milioni di persone.

D’altro canto, va tuttavia evidenziato il fatto che Berlino non sarebbe più costretta ad attingere ai propri surplus commerciali per coprire i deficit degli altri Stati (come ha regolarmente fatto finora) e che, collocandosi in questa posizione, la Germania risparmierebbe quegli 80 miliardi di euro annuali di versamenti in favore dei Paesi deboli previsti dal sistema di “solidarietà europea” (!). È per questo che la politica deflazionistica (tutta incentrata sulla compressione salariale) imposta ai Paesi meno solidi (di cui la Germania si è servita per rifornirsi) è stata sinora il compromesso che comportava meno svantaggi per Berlino, e che ha contribuito in maniera cruciale ad aggravare la recessione in tutta l’Europa mediterranea, distruggendo imprese ed eliminando migliaia di posti di lavoro.

  

La Germania sarà dunque chiamata a decidere se mantenere lo stutus quo aderendo al progetto di consolidamento della struttura poltico-economica vigente o abbandonare l’Eurozona, dedicandosi all’intensificazione dei propri rapporti (già solidissimi) con i Paesi dell’Est, come Russia e Cina. Il futuro del “vecchio continente” dipende in gran parte da questa scelta.

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10 luglio 2013 3 10 /07 /luglio /2013 10:47

La zona euro è piena di paesi colpiti in questi giorni, e questa “isteria” di solito porta l’idea che il modo migliore di questi paesi sarebbe quella di lasciare il blocco della moneta unica.

La grande paura è che per reintrodurre una moneta nazionale, un paese dovrebbe ridenominare forzatamente attività e passività. Per le imprese, le famiglie e gli investitori, l’incertezza circa se i loro euro alla fine saranno confiscati e sostituiti con una moneta nazionale degradata potrebbe portare alla fuga di capitali, il caos economico e anni di contenzioso, se non peggio.

Ma c’è un’alternativa alla ridenominazione forzata. La Grecia o qualsiasi altro paese della zona euro potrebbe facilmente reintrodurre una moneta nazionale, senza generare il tipo di calamità finanziaria ed economica immaginato finora fornito ha ottenuto la meccanica giuste.

The key is to fix the initial amount of new currency to be issued while allowing the market to set the price at which the exchange takes place. In this scenario, the central bank would announce that it is willing to purchase euros from domestic banks, the Greek public and anyone else, using newly issued drachmas as payment. All such transactions would take place during a specified transition period and be entirely voluntary. This would not be an exercise in confiscation.

La chiave è quella di fissare l’importo iniziale della nuova moneta da emettere, consentendo al mercato di fissare il prezzo a cui avviene lo scambio. In questo scenario, la banca centrale annuncia che è disposta ad acquistare euro dalle banche nazionali, il pubblico greco e chiunque altro, utilizzando dracme di nuova emissione come pagamento. Tutte queste operazioni si svolgeranno nel corso di un periodo di transizione specificato ed sarà del tutto volontario. Questo non sarebbe un esercizio di confisca.

Dopo il periodo di transizione, il governo greco dovrebbe trattare solo in dracme nelle sue transazioni finanziarie, giorno per giorno. Nessuno sarebbe costretto a tenere dracme, ma coloro che desiderano negoziare con il governo avrebbe bisogno di dracme per farlo.

All’inizio del periodo di transazione, la banca centrale dovrebbe annunciare il tasso iniziale a cui ha offerto di scambiare dracme per euro, ma non farebbe esplicitamente alcuna promessa di ciò che il tasso sarà in futuro. Il tasso iniziale sarebbe del tutto arbitrario, come del resto sarebbe il nome della nuova moneta.

Ma supponiamo che abbiano mantenuto lo stesso nome e hanno optato per, diciamo, 360 dracme per euro. Questo è vicino al tasso al quale la Grecia ha adottato l’euro e, insieme con il vecchio nome, darebbe alla nuova moneta una sensazione familiare. In termini economici, tuttavia, il tasso iniziale è in gran parte irrilevante.

La banca centrale dovrebbe anche fare la promessa di rilasciare una quantità precisa di dracme nel corso del periodo di transizione. Tale importo nel nostro esempio sarebbe 360 ​​volte la stima della banca centrale della quantità totale di euro di liquidità dei residenti greci e, vale a dire, più o meno la quantità di moneta in circolazione in Grecia.

La banca centrale dovrebbe anche fissare la durata del periodo di transizione. Se per esempio fosse fissato in tre anni, o 36 mesi, quindi la banca centrale annuncia che le vendite mensili di dracme per euro sarebbero almeno 1/36esimo dell’importo totale deve essere rilasciato durante la transizione. Il tasso mensile potrebbe alla fine essere più alto se la domanda è abbastanza forte, cioè, se la gente rapidamente guadagnasse la fiducia nella nuova moneta.

Il prezzo offerto per l’euro potrebbe essere regolato su base quotidiana per generare vendite di euro, verso la Banca centrale, della grandezza desiderata. Le vendite del primo giorno possono anche essere pari a zero. Ma, come il prezzo di acquisto offerto aumenta gradualmente, alcune persone sarebbero disposte fare delle “scommesse”. Alla fine sarà stabilito un prezzo al quale vi sia stata una significativa domanda delle nuove dracme. Le persone assumeranno il rischio che il prezzo dell’euro aumenterà nel futuro, cioè, che la nuova dracma possa deprezzarsi.

D’altra parte, ci sarebbe anche la possibilità che la dracma si apprezzerà, nel caso in cui il fallimento della vendita del proprio stock di euro comporterà un mancato guadagno di capitale speculativo. Ci sono sempre persone disposte a prendere tali rischi per il giusto prezzo.

Una volta che tale prezzo sarà stato trovato, il flusso di dracme per il grande pubblico e per le banche, grosso modo corrisponderebbe al volume minimo previsto. Come la gente comincerà a rendersi conto che le altre persone e le istituzioni finanziarie sono disposte a correre il rischio di acquistare questo nuovo asset – il cui valore futuro finanziario potrebbe solo essere immaginato – sempre più persone sarebbero disposte a correrne il rischio. Ci potrebbe essere una domanda talmente forte che il prezzo offerto per l’acquisto di euro potrebbe alla fine essere ridotto.

Non importerebbe dove il tasso di cambio alla fine si troverà. La banca centrale prende sempre qualcosa (euro) in cambio di niente (pezzi di carta o di metallo che trasportano l’etichetta “dracma”). Questo è noto come “signoraggio”.

Una volta che ci saranno dracme sufficienti in circolazione, un mercato per lo scambio di dracme per euro si svilupperà insieme e alla fine prenderà il sopravvento.A quel punto la Grecia sarebbe in grado di avere una politica monetaria indipendente di nuovo, in meglio o in peggio.

Tornando alla dracma, essa non curerà tutte le disgrazie della Grecia. Le conseguenze di anni di politica fiscale irresponsabile, cattive politiche microeconomiche e inadeguata supervisione delle banche commerciali non possono essere risolti semplicemente reintroducendo una moneta nazionale.

Ma è importante capire che abbandonare l’euro non scatenerebbe l’inferno sulla Grecia. Una soluzione ordinata, basata sul mercato è disponibile se e quando sarà presa la decisione di premere il grilletto.

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9 luglio 2013 2 09 /07 /luglio /2013 10:44
Trovata intatta in Perù la prima tomba reale Wari
 

Il ritrovamento nel Nord del Perù della tomba imperiale Wari, l'antica civiltà che tra il 700 e il 1000 d. C. ha dato vita all'impero più antico del Sud America, è stato soprendente: per la prima volta gli archeologi si sono trovati di fronte a una tomba mai violata dai tombaroli. Eppure la felicità di Milosz Giersz nello scoprire l'oro nei recessi oscuri della camera sepolcrale è stata subito adombrata: l'archeologo dell'Università di Varsavia si è reso subito conto che la notizia non doveva assolutamente trapelare. I saccheggiatori di tombe sarebbero arrivati a frotte se fossero venuti a sapere che il suo team aveva scoperto un "tempio dei morti" risalente a 1200 anni fa, pieno di preziosi manufatti d'oro e d'argento. "Pensando a questa possibilità ho avuto gli incubi", ha detto Giersz. Così Giersz, e il suo co-direttore di scavo Roberto Pimentel Nita, hanno deciso di tenere segreta la scoperta. Scavando con discrezione, per mesi, hanno raccolto più di mille reperti, tra cui gioielli sofisticati in oro e argento, asce di bronzo e strumenti d'oro, insieme ai corpi di tre regine Wari e di altre 60 persone, alcune delle quali vittime di sacrifici umani.


Un impero a lungo ignorato

I signori Wari sono stati a lungo messi in ombra dal successivo impero Inca, le cui conquiste sono state ampiamente documentate dagli invasori spagnoli. Ma tra l'ottavo e il nono secolo d. C. l'impero Wari si estendeva in quasi tutto il Perù. La capitale andina, Huari, divenne una delle grandi più città del tempo: al suo apice vantava una popolazione di circa 40.000 persone, Parigi appena 25.000.

La ricchezza e la finezza della produzione artistica Wari ha attirato gli sciacalli, che nel corso del tempo hanno saccheggiato i palazzi imperiali e i templi. Impotenti di fronte alla distruzione del patrimonio archeologico, ai ricercatori sono rimaste più interrogativi che certezze.

Sebbene i tombaroli abbiano scavato in un sito vicino per decenni, Giersz crede che fortunatamente il mausoleo sia rimasto nascosto in profondità nel sottosuolo. Nel gennaio del 2010, insieme a un piccolo team, Giersz ha esaminato l'area utilizzando delle fotografie aeree e immagini geofisiche. Sul crinale tra due grandi piramidi di mattoni d'argilla, ha intravisto il debole profilo di quello che sembrava essere un mausoleo sotterraneo. Scavando tra le macerie scaricate nel corso degli anni dai tombaroli, lo scorso settembre, Giersz e la sua squadra hanno scoperto un'antica stanza cerimoniale con un trono di pietra. Al di là di questa stanza, hanno trovato un'altra grande camera sigillata con 30 tonnellate di pietre. Giersz ha deciso di continuare a scavare fino a scoprire un enorme mazza di legno intagliata. "Segnala la presenza di una tomba", ha detto Giersz, "quando l'abbiamo vista, ci siamo resi conto di aver trovato il mausoleo principale".

Tesoro sepolto


Rimosso il riempimento, gli archeologi hanno scoperto file di scheletri sepolti seduti e  avvolti in tessuti mal conservati e, in tre piccole camere laterali, i resti di tre regine Wari e molti dei loro beni preziosi, tra cui degli strumenti per la tessitura in oro. "Cosa facevano queste donne alla corte imperiale? Tessevano stoffe con attrezzi d'oro", ha spiegato Makowski.

Per gli archeologi comunque i tesori più grandi sono tutte le nuove e preziose informazioni sull'impero Wari. La costruzione del mausoleo imperiale di El Castillo dimostra infatti che i signori Wari avevano conquistato e controllavano politicamente gran parte della costa peruviana settentrionale e che forse avevano avuto un un ruolo chiave nella caduta del regno Moche. Curiosamente, uno dei recipienti raffigura dei guerrieri delle coste che combattono con asce gli invasori Wari. 

I Wari diedero inizio anche al culto degli antenati della famiglia reale. Sui corpi delle regine sono state trovate pupe di insetti, rivelando che le mummie venivano prelevate dalle camere funerarie ed esposte all'aria aperta. Probabilmente le mummie venivano poste sul trono della sala cerimoniale, permettendo ai vivi di venerare i morti.

Il lavoro degli archeologi è solo all'inizio. Secondo Giersz ci vorranno ancora otto-dieci anni di lavoro, ma già questi primi ritrovamenti gettano una nuova luce sulla civiltà Wari. "L'impero Wari può essere paragonato all'impero di Alessandro Magno", ha detto Makowski. "È un fenomeno storico breve, ma con importanti conseguenze".

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9 luglio 2013 2 09 /07 /luglio /2013 09:16

 

 

 

 

 

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