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3 aprile 2013 3 03 /04 /aprile /2013 18:43

 

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Cosa spinge una persona (sana di mente, si presume) a voler guardare una foto che ritrae una giovane donna agonizzante tra le lamiere fracassate della sua auto?

Quale percorso mentale conduce ad ascoltare le parole di un uomo che ha ucciso sistematicamente persone incontrate per caso?
Perché si potrebbe mai desiderare di vedere cadaveri, corpi maciullati, volti di psicopatici assassini? Cosa può dire alla nostra anima una mente già perduta nell’orrore senza fine di un delirio di morte?
Un tempo, mostrare il corpo morto era l’estrema offesa che si poteva fare all’ucciso. Penso alle pagine di grandissima prosa dell’Anonimo Romano sullo scempio del corpo martoriato di Cola di Rienzo…
Oggi, l’esibizione del dolore, della carne percossa e lacerata, dell’orrore è spacciata per informazione e gli sciacalli che cercano venti minuti di popolarità con questi mezzi osceni allargano le braccia e gemono:
“Sì, lo so, è terribile, ma noi dobbiamo fare informazione…”
La schifosa sottocultura televisiva pretende di nobilitare un laido carosello di mostruosità con la scusa dell’informazione; l’autentico scopo è invece – e lo sanno tutti – offrire immagini sempre più atroci, sempre più estreme, per conquistare l’attenzione degli imbecilli che hanno rinunciato alla visione della realtà sostituendola con la visione dello schermo televisivo.
La pseudocultura televisiva esiste sulla sola dimensione del guardare; ma si tratta di un guardare passivo, acritico, ottuso; non è la partecipazione emotiva, non è l’adesione piena e viva al fuori- da-me; la televisione non vuole osservatori pensanti (come può esserlo chi ammira un quadro) ma soltanto ricettori di stimoli audiovisivi, vuole milioni di cani pavloviani, bestie che alla sollecitazione A rispondano sempre con la reazione fisiologica B.
I manager tv pagati milioni di euro vomitano dagli schermi la feccia della bestialità: la sedicente tv verità (e nulla è più falso) si nutre di pianti e abbracci, di isterismi e banalità, di aggressività e ignoranza; il più povero luogo comune diventa tema di “discussioni” in cui l’urlo e l’insulto sono gli strumenti consentiti (auspicati!) del confronto.

I livelli di squallore morale e di inconsistenza culturale che esibisce la tv farebbero piangere di dolore e paura il più modesto intellettuale del Rinascimento.

I padroni delle tv vogliono masse di gente mentalmente prona; incapaci di distinguere il reale dal fittizio, questi subumani non potranno mai sviluppare un senso critico, una volontà, una dignità: sulla poltiglia, svetta più alto e intoccabile colui che gestisce alla fonte la produzione e la distribuzione della “psico-droga televisiva”, della quale sono già dipendenti milioni di persone.

Ma per rendere definitiva la sottomissione, per annientare del tutto l’ultima qualità che divide l’uomo dalla bestia, occorre addestrare la gente ad esercizi sempre più difficili; bisogna spegnere nella folla l’estrema ripugnanza, l’ultima parvenza di pietas; bisogna fare accettare alla folla l’orrore nella sua essenza.

E allora, sugli schermi della tv sfilano i serial killers e le loro vittime, i mostri e il loro banchetto, le lame ancora grondanti sangue e le carni che hanno appena squarciato.

E per addestrare meglio alla telesottomissione cerebrale è meglio se la gente viene esposta al trattamento fin da piccoli: le cosiddette fasce protette, violate, saranno ottime come casse di risonanza per fare più scandalo, per fare scalpore, insomma: per fare audience, che è ormai il fine ultimo della vita umana.

Davanti alla marea di fango che monta e vuole inghiottirci, abbiamo il dovere morale di opporre il nostro rifiuto ad essere complici di questo imbestiamento.

I padroni ci vorrebbero tutti idioti guardoni del loro mondo falso e ripugnante. Spegniamo il televisore e non collaboriamo alla nostra disumanizzazione.

Per inceppare il mostruoso macchinario che ci vuole inghiottire basta gettare un granello di pensiero negli ingranaggi dell’ottusità.

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18 marzo 2013 1 18 /03 /marzo /2013 10:17

12559706_890f0c7f6c.jpgChi è nato dopo il dicembre 1991 ha della televisione un concetto decisamente diverso di chi è più vecchio: i nostri quattordicenni, infatti, considerano realtà ovvia che durante l’intero arco delle 24 ore quotidiane la tv trasmetta programmi.

A qualunque ora, dallo schermo vengono immagini e suoni.
Nelle notti insonni, quando qualche preoccupazione o qualche malanno ci tengono svegli, uno dei gesti più frequenti è ciabattare fino al divano che sta davanti all’elettrodomestico e osservare ottusamente ciò che viene trasmesso.
La programmazione sulle 24 ore, alla Rai, è iniziata nel dicembre 1991. Prima di quella data, esistevano momenti in cui dallo schermo non usciva che un sibilo abbastanza sgradevole ed un’immagine (il monoscopio…) che sembrava il bersaglio d’un tiro a segno.
Diamo un’occhiata ad un documento che può sembrare più arcaico d’una tavoletta cuneiforme: lo “schema settimanale delle trasmissioni televisive della Rai per il 1958”, oggi si dice palinsesto.
Vediamo che le trasmissioni iniziavano alle ore 17 (sì: alle cinque del pomeriggio) e terminavano immancabilmente alle 23,20.
La pubblicità era drasticamente confinata fra le 20,45 e le 21: quindici minuti che davano vita all’inimitabile “Carosello”.
Nel corso della giornata esistevano tempi in cui non si trasmetteva nulla: dal lunedì al sabato, dalle 18 alle 18,30 non esistevano programmi.
Cosa si trasmetteva? Leggiamo il palinsesto 1958:
“Spettacolo in pubblico. Giuochi e indovinelli. Lezioni di lingue. Varietà musicale. Rubrica culturale storica o scientifica. Rivista. Film o ripresa teatrale esterna. Concerto musica sinfonica o da camera. Programma per la donna. Programma per le fanciulle”.
Rigorosamente controllata dal governo, minuziosamente monitorata dalla censura di pura marca cattolica, strutturata da un codice comunicativo rigidissimo (vietato usare parole che potevano scivolare nel doppiosenso, quali membri, seni, falli…), la paleotelevisione era considerata un potente strumento di educazione popolare, ma anche temuta come “potenza malefica e più sconvolgitrice degli spettacoli cinematografici perché capace di introdurre tra le stesse pareti domestiche quell’atmosfera avvelenata di materialismo, di fatuità e di edonismo che troppo sovente si respira nelle sale cinematografiche”, come tuonava il papa nel 1957.
Alla fine di aprile, è stato diffuso un documento della Società Italiana di Pediatria, le cui conclusioni sono agghiaccianti: “Se un bambino guardasse per due ore al giorno Italia 1 nella fascia oraria compresa tra le 15 e le 18, durante la quale è trasmessa una programmazione specificatamente destinata all’infanzia, quel bambino rischierebbe di vedere in un anno 31.500 spot pubblicitari”. (La Repubblica, 29.4.2005)
Dai 15 minuti giornalieri di Carosello siamo arrivati alle 4 ore di spot quotidiani, e il dato è ancora riferito alla sola fascia riservata al pubblico più piccolo.
Direi che non occorre un dottorato ad Oxford per poter immaginare le conseguenze di questa situazione che trova un corrispettivo solo nelle fantasie inquiete dei romanzi di sociologia apocalittica.
Viviamo, infatti, immersi in una realtà doppia: la televisione, proprio perché onnipresente e continua, si sta sostituendo (o si è già sostituita?) alla realtà vera.
E non è un caso che lo spettacolo di moda ora è il “reality”: un’infame sceneggiata che si propone come momento di vita vissuta sul quale aleggia l’occhio inevitabile della telecamera, e dunque dello spettatore.
Che uomo sarà, che padre sarà il ragazzino del 2005 la cui mente è solcata da migliaia di spot pubblicitari? Quale sarà il codice etico del bambino che viene allevato nella certezza che la vita è degna di essere vissuta solo se sei bello, magro, forte, ricco, veloce, furbo e spregiudicato quanto basta per far fuori i concorrenti?
La dose di esposizione al trattamento è così massiccia che risulterebbe dannosa anche se i messaggi trasmessi fossero educativi, formativi e sani piuttosto che l’intossicazione attuale.
Anche i fondamenti morali di Kant, che pure sono quanto di meglio abbia prodotto l’uomo nella storia della sua riflessione morale, risulterebbero “pericolosi” se ripetuti con l’ossessivo martellante stillicidio con cui si esprime oggi la tv.
Perché questo è il nodo della questione: se il medium è il messaggio (McLuhan), oggi il medium è la modalità con cui esso si esprime: la ripetizione sistematica, inestinguibile.
La reiterazione non dà scampo, non dà tempo per pensare e scegliere, per decidere. La televisione è oggi un colossale laboratorio in cui noi tutti siamo le cavie e lo scienziato pazzo è costituito dai gruppi di potere.
Le tecniche pubblicitarie sono state applicate alla propaganda elettorale: questa è la prova più chiara, e preoccupante, di cosa pensino della tv coloro che governano.
Ciò che non pare ancora abbastanza acquisito dalla gente è che la tv non si presta affatto all’esercizio della scelta consapevole. 
Chi fa la tv dice: se non ti piace, spegnila. Sembra tutto così facile… ma non è vero: la televisione è oggi l’ambiente: è possibile vivere indifferenti all’ambiente in cui ci troviamo? Sì, ma non è certo facile.
Anche perché chi rifiuta la tv è comunque costretto a vivere in mezzo ai milioni di persone che dipendono dalla tv. È la tv che oggi crea, modifica e influenza il linguaggio, ma anche i gusti, i costumi, il pensiero comune.
È la tv che crea funzioni: chi avrebbe pensato, solo fino a dieci anni fa, che le gente sarebbe ricorsa ad un goffo pupazzo di stoffa rossa per esporre reclami e per ottenere una spicciola giustizia amministrativa?
Credo che la televisione sia oggi lo strumento più potente del controllo di massa esercitato dai gruppi di potere occulto, i quali hanno trovato il mezzo ideale per mantenere il dominio: uno strumento messo in funzione dalla stessa “vittima”. Ma il controllo che viene agito ora non è quello rudimentale modello Big Brother, bensì un dominio più stringente perché colpisce le fondamenta stesse del pensiero.
Ciò che spaventa di più non è che la tv ci induca a comprare questo o quello, ma che essa sta profondamente mutando la nostra percezione mentale, la nostra facoltà di scelta morale, la nostra capacità di valutare gli eventi e le persone.
La tv sta diventando un culto osceno terribile, scandito da riti demenziali officiati da sacerdoti dementi.
Pio XII sbagliava: la televisione non è sentina di vizio e teatrino delle vanità; è una gigantesca brain machine che sta mutando la specie umana, sostituendo alla libertà, alla volontà e alla critica l’adesione incondizionata agli stereotipi di massa decisi in qualche invisibile consiglio d’amministrazione.

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21 gennaio 2013 1 21 /01 /gennaio /2013 11:22

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Il romanzo di Dan Brown è intrigante e ben fatto. Sarebbe ridicolo tentare di demolirlo: oltre trentacinque milioni di copie vendute in tutto il mondo esigono un commento più articolato di “è un brutto libro”.

 

Che lo stile possa non convincere lettori di palato fino è più che ragionevole. Il codice da Vinci è scritto con un occhio rivolto al cinema; non per niente, il film della Columbia Pictures è molto fedele al testo. Chi cercasse alta letteratura nelle pagine del docente universitario (e cantante mancato) sarebbe pesantemente deluso. Il Codice è esattamente il tipo di libro che le scuole di scrittura statunitensi insegnano a scrivere.

 

Il meccanismo narrativo, la trama, l’intreccio funzionano. Ma funzionano come i migliori feuilletons di fine Ottocento: colpi di scena al limite dell’inverosimile, agnizioni, svelamenti, trucchi, minacce ed enigmi. Nulla di davvero inedito, dunque, nel Codice; ma tutto abilmente confezionato per una lettura che moltissimi hanno trovato avvincente; so di persone che hanno divorato il romanzo in uno, due giorni; lettrici che l’hanno posato solo dopo aver letto l’ultimo rigo dell’ultima pagina.

 

Tutto questo non può essere snobisticamente trascurato o negato. Un romanzo, ricordiamolo, ha un solo scopo primario: esiste per essere letto dal maggior numero di persone. E se le filastrocca di Pierino-che-fa-la-cacca, o il libretto delle barzellette del calciatore vendono centinaia di migliaia di copie, a malincuore occorre riconoscere che si tratta di libri riusciti.

 

Ciò che ancora sbalordisce è il clamore estremo che la storia di Brown ha suscitato. E ciò che inquieta ancora di più è il livore con cui parti del mondo cattolico hanno reagito al Codice.

Preti e devoti si sono sentiti in dovere di precisare, con durezza da pedagoghi inflessibili e pignoli, che ciò che sta scritto sul romanzo è falso e anche un po’ schifosetto…

C’è da credere che in altri (per loro, bei) tempi, qualcuno avrebbe fatto una brutta fine: galera, tortura, gogna o rogo venivano inflitti, dagli zelanti sedicenti seguaci del Cristo, per molto meno.

 

Quello che si legge nel Codice non è affatto nuovo: chi frequenta la storia alternativa, la controinformazione e gli studi non ortodossi conosceva da almeno vent’anni le teorie che stanno alla base del romanzo browniano. L’ipotesi che Cristo avesse avuto figli non nasce nel marzo 2003 con la pubblicazione in Usa di The Da Vinci Code, ma verso la seconda metà degli Anni Sessanta, e ad opera di un francese, Pierre Plantard.

 

Il parigino Plantard (1920-2000) è stato un curioso, inquietante, ambiguo personaggio; qualcosa che qui in Italia si sarebbe detto “faccendiere”. Collaborazionista durante la Francia di Vichy, cercò fortuna millantando origini nobilissime, anzi regali, come capo supremo di un’organizzazione segreta e quasi onnipotente: il Priorato di Sion.

Non è qui possibile raccontare la storia nei dettagli, occorrerebbe ben più di un articolo. Basterà dire che l’idea di una filiazione diretta di Gesù nasce in questo ambito, e Plantard voleva far credere di essere lui discendente della sublime casata, che in Francia fu la dinastia dei Merovingi, di cui lui, Plantard, faceva parte e, perciò, era il solo pretendente legittimo al trono francese.

 

Delirio di grandezza, strafalcioni storici e vere e proprie falsità, uno spruzzata di occultismo, tanta reticenza stile “lo so ma non lo dico”, ecco: tutto questo ha creato una letteratura mitologica che è ormai consolidata e, come una pianta forte e selvaggia, ramifica e si diffonde.

 

Questo non è un problema. La ricerca storiografica autentica non teme i romanzi e le genealogie posticce. Lo studio documentario non ha timore di ipotesi eretiche, che anzi riconosce essere il solo vero lievito della conoscenza.

Se i devoti cattolici tremano e sudano davanti alle possibilità ora sconosciute della storia è un brutto problema loro. Che pretendano rettifiche e scuse questo è un problema di tutti, perché è una grave e inaccettabile minaccia alla libertà.

 

Un romanzo, per sua natura, non è saggistica. Una storia inventata non si pone mai come un dato cui prestare fede; in questo la narrativa si discosta dalla religione.

È opportuno mettere in luce tutti i tanti punti deboli, inverosimili e incerti del romanzo di Brown, ma allestire conferenze stampa per erudire il pupo sui pericoli di quella lettura è un grottesco ritorno alla più truce e triste tradizione del peggior cattolicesimo.

 

Leggiamo allora il Codice per quello che è: un thriller. E se Brown ha saputo mescolare realtà, finzione, storia probabile e storia vera dobbiamo dire che è stato bravissimo, perché il suo lavoro ha coinvolto milioni di persone.

Ma basta, per favore, basta con i timori e i tremori.
E se Cristo ha fatto figli con la Maddalena, pensiamo solo che sia stato un matrimonio lungo e felice, e che i bimbi siano stati sani, liberi, gioiosi; proprio come lui li voleva.

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16 dicembre 2012 7 16 /12 /dicembre /2012 13:17

 

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 Ognuno di noi nasce con una predestinazione nella vita e bene o male tutti seguiamo quella via, in funzione del nostro codice genetico e delle doti che madre natura ci ha dato più o meno sviluppate. Poi le circostanze della vita ci portano a evidenziare quelle latenti e poterle sviluppare ulteriormente ed a esprimerle in maniera palese. Ma alcuni nascono geni, cioè posseggono già nel loro DNA quel qualcosa in più che altri mortali non hanno, e così che questi si esprimono nei loro settori diventando dei fenomeni in molti settori dello scibile umano, sia nell'arte che nello sport.


Fu così che nel giorno 15 febbraio 1898 nacque a Napoli Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno di Bisanzio De Curtis Gagliardi, semplicemente Antonio de Curtis chiamato in arte "TOTO' ". Un concentrato di doti artistiche in una sola persona non si era mai visto, la natura con Totò aveva voluto esagerare, ma non esteticamente, anzi era piuttosto bruttino.

Egli è stato poeta, paroliere, commediografo, attore, sceneggiatore e chi più ne ha più ne metta!! Praticamente aveva le doti più nobili per esprimersi ai massimi livelli nelle arti citate, ma lui era semplicemente l'ironia nel senso più eccelso della parola. Infatti fu chiamato "IL PRINCIPE DELLA RISATA" .

Totò nacque figlio illegittimo, infatti fu riconosciuto dal padre vero solo nel 1937 e di fatto venne adottato dal marchese Francesco Mario Gagliardi Focas cavaliere del Sacro Romano Impero di conseguenza anche a Totò vennero riconosciuti questi titoli venutigli dal padre adottivo e riconociuti dal Tribunale di Napoli quindi anche nel libro d'oro della nobiltà dell'archivio centrale dello Stato, con la qualifica di Principe, conte Palatino, e Nobile con trattamento di Altezza Imperiale ed un'altra miriade di titoli.

Ma la sua genialità gli fece percorrere tutti i generi teatrali, dall'avanspettacolo, al varietà, alla rivista ed infine al cinema di cui è stato interprete di 97 film che hanno raccolto oltre 270 milioni di spettatori un record assolutamente imbattuto e che continua ancora tuttora a circa 50 anni dalla scomparsa avvenuta a Roma il 15 aprile 1967. Nel crepuscolo della sua cariera fu costretto a ritirarsi dalle scene dalla cecità incombente causatagli dai fari di scena ai quali fu lungamente esposto.

La sua maschera di attore fu unica nel suo genere, benchè accostato ad altri grandissimi interpreti, Totò mantenne la sua specificità che fece risaltare sotto la guida di valenti registi dell'epoca che ormai lo lasciavano interpretare liberamente i copioni che gli venivano forniti, ma che stravolgeva regolarmente facendoli diventare geniali, persino in ruoli drammatici. Egli recitava d'istinto sorretto dalla sua travolgente napoletanità.

 
Le sue originali battute che oggi ricordiamo tutti, sono diventate proverbi e lazzi di dominio pubblico e sono perfino entrate nel linguaggio comune. Tuttoggi i suoi film riscuotono un grande successo malgradi siano stati visita decine di volte, ma la loro riproduzione lascia sempre scoprire qualcosa di nuovo.


Egli nacque in un vicolo del centro di Napoli diventato poi famoso, via santa Maria Antesaecula, dalla relazione clandestina di Anna Clemente con Giuseppe de Curtis che all'inizio non lo riconobbe e per cui Totò soffri moltisimo di questa situazione e quando cominciò a diventare noto, si fece adottare dal marchese da cui ricevette poi tutti i suoi titoli nobiliari.

Spesso le sue celeberrime citazioni erano autobiografiche, cioè frutto di negative esperienze personali come la famosa frase "siamo uomini o caporali" a ricordo delle vessazioni subite da un graduato durante il servizio milititare. Ma il sacro fuoco dell'arte della recitazione che bruciava in lui lo portò presto a calcare i palcoscenici di piccoli teatri di provincia come macchiettista, facendo imitazioni di personaggi noti.


Ma l'esperienza che acquisiva gli fu congeniale perché imparò a forgiare il suo personaggio con la sua innata napoletanità, recitando a soggetto senza alcun copione, ma inventando di sana pianta un burattino tutto snodato che sbeffeggiava i potenti dell'epoca, evidenziando la sua innata comicità.

 

Aggiunse alla sua verstilità ulteriori doti di recitazione con l'importante incontro sui palcoscenici di provincia, del fratelli De Filippo e di grandi musicisti dell'epoca. Ma la sua recitazione rispecchiava effettivamente quella di un uomo sempre affamato e quindi mettere in scena la povertà gli riusciva in modo naturale, infatti egli affernava che un attore per ben recitare deve soffrire la fame.


Il connubio con i De Filippo diedero nuovo impulso alla sua genialità interpretando alcune commedie del repertorio di Eduardo Scarpetta, come la celeberrima "Miseria e Nobiltà" che lo consacrò attore di fama internazionale. Da allora in poi la sua carriera andò di pari passo con le sue peripezie amorose, ma sempre con donne sbagliate. Nel 1932 fondò una sua compagnia teatrale per la quale scrisse diverse riviste con Mario Castellani che portò in tutta Italia. Le sue macchiette con la bombetta facevano impazzire il pubblico dappertutto.

 

Con l'avvento del cinema sonoro esaltò ancora di più il suo talento naturale ed ebbe anche il riconoscimento di famosi intellettuali che inizialmente lo consideravano soltanto un guitto. Ma il cinema fu il suo naturale sbocco e interpretò vari ruoli diretti da registi che hanno fatto la storia del cinema italiano, come Ludovico Bragaglia, Achille Campanile, ecc.


L'incontro artistico con la Magnani fu la pietra miliare della Commedia dell'Arte con gradi interpretazioni a ruota libera rimaste storiche. Totò ha lasciato sicuramente una sua traccia in ciascuno di noi e su chi, attirato dal sua carisma, leggerà questa recensione rendendo omaggio alla sua memoria.

 

 

 

 

 

 

 

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31 ottobre 2011 1 31 /10 /ottobre /2011 20:30

 

 

 

 

 

 

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Charles Spencer Chaplin nacque a Londra nel 1889 da un cantante alcoolizzato che abbandonò la famiglia quando Charlie era ancora bambino e di una attricetta di varietà che mori in un manicomio per turbe mentali. Il futuro Charlot si ritrovò a 13 anni senza una casa nè famiglia. Per sopravvivere fece i mestieri piu umili: vetraio, idraulico, ragazzo di barbiere,venditore ambulante, ecc. Ma furono proprio quegli anni difficili che ne formarono la determinazione ed il carattere del piccolo Chaplin. La fame e le continue umiliazioni subite gli fornirono poi l'ispirazione dei suoi personaggi cinematografici piu fortunati, primo di tutti "Charlot".

Il protagonista vagabondo con bombetta e bastoncino profondamente umano, della storia del cinema era lui stesso.
Ma nei primi anni del secolo Holliwood non era ancora nata, dopo anni di vagabondaggio nei bassifondi di Londra e dopo una miriade di mestieri umili, Charles Spencer Chaplin si accontenta di lavorare in un teatro di mimi della compagnia di Fred Karno. Per Chaplin è un ritorno al palcoscenico  dove era nato e trascorso la prima infanzia con la madre. Frequentando il teatro dei mimi per lui una grande scuola, egli affina sempre di più le sue doti innate controllando il proprio corpo, ma i guadagni sono sempre magri. Ma la fortuna comincia ad arridergli con l'occasione di una tounèe negli Stati Uniti che la compagnia Karno è chiamata a compiere.

L'america è la terra promessa per realizzare i suoi sogni. E' il 1913 quando viene scoperto da Mack Sennett e portato ad Holliwood all'età di 24 anni. Il re delle comiche lo assume alla Keystone con un contratto di 150 dollri alla settimana, cifra che Charlot non ha mai visto in vita sua. In un anno egloi interpreta 34 filmetti comici che lo segnalano alla attenzione del pubblico che non tarda ad accorgersi di quel buffo omino che nelle situazioni piu assurde, dimostra una dignità irresistibilmente comica. E' il trionfo.

Si rende ben presto conto che la Keystone gli va stretta e con uno spiccato senso degli affari passa alla Essanay, altra casa di produzione che di dollari gliene offre 1.250 a settimana. Egli gira 14 film con il personaggio di Charlot con il quale diventa presto famoso in tutto il mondo. La sua carriera è in continua ascesa ed a soli 30 anni è uno dei divi più ricchi di Holliwood. Qui cominciano le sue tormentate e turbolenti storie d'amore con attricette e ragazze giovanissime che gli procurano altrettante noie, viene anche trascinato in tribunale con echi scandalosi. L'opinione pubblica incomincia a voltargli le spalle, quella dell'america puritana non gli perdona certi atteggiamenti libertini. Solo gli intellettuali lo appoggiano salvandolo dall'ostracismo.

Nonostante tutto, egli negli anni trenta realizza i film più belli, ma dopo la 2^ guerra mondiale il senatore McCarthy scatena una vera caccia alle streghe e Chaplin viene accusato di comunismo e attività antiamericane e viene addirittura espulso dagli Stati Uniti, rifugiandosi poi in Svizzera. Nel frattempo aveva sposato Oona O'neil figlia del famoso commediografo che aveva la metà dei suoi anni e dalla quale aveva avuto numerosi figli che allietano il suo matrimonio. Solamente nel 1972 alla venerabile età di 83 anni l'America gli chiederà pubblicamente scusa attribuendogli un oscar alla carriera cui egli pur essendo un grande genio del cinema, non aveva mai ricevuto. Charlot  ritornato in Svizzera, muore nel 1977.

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