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23 giugno 2016 4 23 /06 /giugno /2016 08:09
Allarme per chi porta con se sempre il cellulare,emana radiazioni ma non tutti. Leggi quali

Allarme per chi porta con se sempre il cellulare,emana radiazioni ma non tutti. Leggi quali

A partire dagli anni ‘90, ossia da quando i cellulari hanno iniziato a diffondersi, sono stati pubblicati diversi studi riguardo il fatto che essi facciano o meno male per la salute di chi li utilizza. D’altronde stiamo parlando di antenne ‘portatili’ che portiamo sempre in tasca, nelle borse, teniamo alle orecchie anche per ore. Questione che non è certo sminuita con l’avvento degli smartphone. Anzi. Le ricerche che hanno confermato o smentito sia l’una che l’altra tesi sono state svolte solitamente da istituti secondari e piccoli campioni. A riprova che una risposta certa non vuole essere trovata. Del resto, si andrebbe control’interesse di molte multinazionali e di un settore che non conosce crisi come appunto quello degli smartphone. Ma una considerazione dell’Organizzazione mondiale della sanità può aiutare su questa quasi trentennale diatriba su smartphone e danni alla salute.

Smartphone che fanno più male alla salute, partiamo dal SAR

Come riporta Tecnoandroid, Il SAR, o tasso di assorbimento specifico, indica le radiazioni o la radiazione emessa da un telefono cellulare. Questo valore, espresso in W/kg, può quindi conoscere e determinare il possibile quoziente nocivo di un dispositivo. In assenza di studi o osservazioni convalidati dalla professione medica, il principio di precauzione può e deve quindi essere applicato. Diverse le argomentazioni che monopolizzano le discussioni, ma anche l’attenzione degli utenti stessi. E, spesso, queste sono seguite ad una serie di regole atte a limitare l’impatto delle radiazioni sul corpo, oltre ad un elenco pressoché esaustivo di tutti i terminali che questo rischio possono comportare.

Nel preparare questa selezione di “nocività”, sono stati segnalati gli smartphone più popolari nel primo trimestre del 2016 sulla base del loro grado di rischio. E, ovviamente, ha fomentato il d’allarme di utenti e di produttori. Il valore SAR, viene ribadito dall’Organizzazione Mondiale della sanità, si riferisce a quando un cellulare si trova vicino alla testa.

I 9 smartphone più nocivi per salute

Stabilito cosa sia il SAR, possiamo ora stabilire gli smartphone più popolari con il più alto indice di radiazione:

  1. Alcatel OneTouch Idol 3 (5,5 pollici) – 1.631;
  2. Alcatel OneTouch Idol 3 (4,7 pollici) – 1.277;
  3. Honor 7 – 1.23;
  4. Apple iPhone 5s – 0,979;
  5. IPhone di Apple 6 – 0972;
  6. Apple iPhone 6S – 0.87;
  7. Sony Xperia Z3 Compact – 0.862;
  8. Motorola E 4G – 0747;
  9. Motorola Moto G (3a generazione) – 0,687
Di contro, ecco i 10 smartphone che non fanno male alla salute:
  1. Samsung Galaxy S6 Edge+ – 0,216;
  2. Samsung Galaxy S7 Edge – 0,264;
  3. Samsung Galaxy A5 (2016) – 0,29;
  4. Samsung Galaxy S6 – 0,306;
  5. Huawei P8 Lite – 0,331;
  6. Wiko Lenny 2 – 0,334;
  7. Asus Zenfone 2 (ZE551ML) – 0,382;
  8. Archos 50 Diamond – 0,395;
  9. Samsung Galaxy S7 – 0,406;
  10. Samsung Galaxy Grand Prime – 0,6.
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5 dicembre 2015 6 05 /12 /dicembre /2015 10:47

A Bruxelles, i ministri degli Interni hanno trovato un accordo sulla condivisione di dati sensibili riguardanti i passeggeri. Il 15 dicembre l'intesa sarà completata. La paura per l'ondata di terrorismo che ha colpito l'Europa ultimamente sembra essere arrivata fino ai vertici europei. Infatti le discussioni, che si trascinavano da cinque anni, hanno subito un'accelerazione lampo, che ha portato alla conclusione dell'accordo.

Le direttiva è considerata di grande importanza per il controllo e le indagini nell'ambito del contrasto alla criminalità organizzata. A dare la notizia, durante una pausa dei lavori del Consiglio interni, è stato il ministro Alfano: Abbiamo appena concluso un accordo sulla direttiva Pnr, che si concluderà definitivamente il 15 dicembre. Il ministro ha poi specificcato che i dati saranno in chiaro per sei mesi e resteranno accessibili anche se criptati per i quattro anni mezzo successivi. L'accordo per la registrazione dei dati dei passeggeri (passenger name record), ha proseguito Alfano, riguarda i voli intraeuropei ed è stato raggiunto tra governi europei e non in base ad un accordo tra istituzioni europee. L'accordo prevede la possibilità per le polizie di avere in chiaro i nomi dei passeggeri, con l'obbligo per le compagnie aeree di tenere archiviati le indicazioni anagrafiche ed una serie di dati molto importanti.

Così per battere il terrorismo, L'Europa chiude un occhio sulla privacy dei passeggeri. In questi giorni è stato ripetuto da più voci e più volte il mantra secondo cui per avere più sicurezza, bisogna cedere un pezzetto della libertà. E sembra proprio che alle parole abbiano fatto seguito le azioni. Le misure appena concordate dai ministri permetterà, infatti, agli inquirenti di disporre dei dati personali per sei mesi. Finiti i quali, resteranno consultabili per 4 anni e mezzo mediante una procedura di criptazione destinata a garantire la tutela della privacy.

Il Consiglio Ue degli Affari interni ha varato inoltre un rafforzamento di Europol, con una collaborazione più forte tra Europol e le agenzie a cominciare da Frontex. Si sta avanzando su tutti i settori, anche se è chiaro che di fronte alla minaccia terroristica non ci si può accontentare, e bisogna spingere sempre di più sulla collaborazione a cominciare da quella di polizia, giudiziaria e fra le intelligence europee ha spiegato ancora Alfano.

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15 ottobre 2015 4 15 /10 /ottobre /2015 16:14
le giuste rivendicazioni di chi ha dedicato la propria vita alla sicurezza di tutti.

le giuste rivendicazioni di chi ha dedicato la propria vita alla sicurezza di tutti.

http://www.diviseinpiazza.it/

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12 settembre 2015 6 12 /09 /settembre /2015 13:04
Il Governo vuole riformare le forze dell'ordine senza interpellare gli interessati e scontentando tutti!

Il Governo vuole riformare le forze dell'ordine senza interpellare gli interessati e scontentando tutti!

La Grande riforma della pubblica amministrazione varata a fine luglio dal ministro Madia è diventata l’occasione per ridefinire il settore della sicurezza. Per mettere a punto un piano di razionalizzazione i vertici delle tre forze principali si confrontano a Palazzo Chigi. Lo chiamano “il tavolo Gutgeld”, dal nome del consigliere a cui Matteo Renzi ha affidato la spending review delle uniformi. Sembra sia stato dominato da una sintonia senza precedenti tra polizia, carabinieri e finanza, anche perché tutti hanno gli stessi problemi e l’interesse a definire riforme condivise.

I rapporti con il parlamento sono stati tenuti in modo discreto dal deputato Pd Emanuele Fiano, che da anni si occupa di queste materie. Come regista politico dell’operazione viene indicato Marco Minniti, il sottosegretario all’intelligence che per i suoi trascorsi di viceministro degli Interni dimostra una consuetudine con i dossier della sicurezza superiore all’attuale titolare del Viminale Angelino Alfano, molto preso dalle vicende del suo partito. Quanto alla Difesa, da cui dipendono i carabinieri, il numero uno dell’Arma Tullio Del Sette ha la piena fiducia di Roberta Pinotti, di cui è stato capo di gabinetto fino alla nomina a comandante generale.

Il risultato è elementare, ma potente. Prevede di mettere ordine nelle competenze, spazzando via una serie di doppioni che apparivano assurdi e concentrando il personale sui fronti più caldi. Non ci saranno più due nuclei che si occupano d’opere d’arte: scomparirà quello della Finanza per affidare la missione ai carabinieri. Che, dal canto loro, dismetteranno il reparto per la lotta alle banconote false lasciando il campo alle Fiamme Gialle. La sfida ai grandi crimini informatici – dove tutti hanno fatto capolino – sarà sostanzialmente appannaggio della polizia, che curerà la protezione delle reti strategiche dagli assalti degli hacker. Nel futuro prossimo, ognuno si potenzierà seguendo una vocazione precisa ed evitando di accavallarsi: le questure investiranno di più nelle metropoli; l’Arma nelle fasce periferiche e nelle province, irrobustendo la rete delle stazioni; le Fiamme Gialle si concentreranno sulla polizia economico-finanziaria.

Cosa significa? Ad esempio, diminuirà progressivamente l’anacronistico schieramento di finanzieri per l’ordine pubblico durante i cortei e le partite di calcio: personale che resterà sulle strade, ma per combattere evasione fiscale e mercato dei falsi. Nel prossimo anno i presidi sul territorio verranno aggiornati, per «essere lì dove sono i problemi». E in tutta Italia sarà introdotto il centralino unico 112, per ora attivo solo in Lombardia, che riceve le richieste dei cittadini, smistandole a chi deve intervenire: vigili, pompieri, ambulanze o polizie.

È da questi provvedimenti che si vuole ottenere risparmi ed efficienza. Mentre la soppressione della Guardia Forestale, introdotta dal ddl Madia, pare più un’iniziativa dal valore simbolico, visto che sparirà solo il vertice del Corpo. I 7563 forestali, tranne i circa 600 uomini che si occupano di lotta agli incendi, sembrano destinati a confluire nei carabinieri. C’è una questione giuridica ancora non definita: il passaggio da un’amministrazione civile allo status militare, che però quasi tutti i parlamentari da destra a sinistra hanno appoggiato superando antiche diffidenze.

Quella dell’Arma d’altronde è l’unica struttura sul territorio che può assorbire le 1200 caserme, spesso minuscole, sparse su monti e parchi. Inoltre saranno i carabinieri ad avere competenza sul contrasto all’inquinamento e alle frodi alimentari, due temi fondamentali in cui la Forestale ha un ruolo importante mentre la Finanza farà un passo indietro, dedicandosi alla prevenzione ambientale marittima. L’ipotesi al vaglio è di far confluire i forestali in un “ruolo speciale” dei carabinieri, mantenendo quindi distinti compiti e carriere.

L’unico settore turbolento è stato il mare. Polizia e carabinieri si ritireranno, lasciando la missione solo alle Fiamme Gialle. Nel “tavolo Gutfeld” e in Parlamento però negli scorsi mesi si era discusso di sciogliere la Capitaneria, altro organismo ibrido a metà strada tra Difesa e Trasporti, che in vent’anni ha silenziosamente ampliato le competenze: in base ai codici, può persino occuparsi di polizia stradale, facendo venire alla mente un celebre spot in cui un agente in moto inseguiva una barca a vela. Dietro le quinte c’è stata una battaglia navale tra Marina e Finanza. Alla fine la Guardia costiera sopravvive, ma ridimensionata nei vertici – in futuro non ci sarà più un comandante generale, riducendo il numero degli alti gradi – e nei compiti, limitandosi al soccorso dei naufraghi, alle dirette dipendenze dell’ammiragliato militare.

Resta un tabù invece l’antimafia. Più di venti anni fa si era deciso di affidare il compito alla Dia, dipendente dal Viminale, ma i tre organi specializzati delle altre polizie – Ros, Gico, Sco – si sono sempre più rafforzati. E oggi la Dia appare come la cenerentola della guerra ai clan, con risultati opachi e mansioni che sembrano ridursi alle certificazioni e alla protezione dei pentiti, tanto che magistrati illustri come Nicola Gratteri sono arrivati provocatoriamente a ipotizzarne l’abolizione. Il tema però è troppo delicato, con il rischio di polemiche politiche, e il governo ha preferito non toccare l’organizzazione del contrasto a cosche e narcos.

I risparmi però verranno anche da altri fronti. La legge chiede due sforzi. Ridurre i dirigenti e trovare una gestione unitaria per quanto riguarda acquisti, addestramento e caserme. Oggi spesso stazioni e commissariati hanno sede in edifici affittati a caro prezzo, mentre ci sono basi militari dismesse e immobili confiscati alle mafie che non vengono usati: un lusso che non si può sostenere. Così come negli appalti, spesso con gare diverse per comprare lo stesso tipo di auto o di velivolo. E più il mezzo è sofisticato, più aumentano i prezzi per l’assistenza, che si tratti di computer o di barche. Oggi ci sono veri paradossi, con contratti di manutenzione differenti per ogni singolo elicottero, oltre 600mila euro l’anno nel caso della Capitaneria: spese che si vuole abbattere uniformando i modelli e unificando i centri tecnici. Quanto alla razionalizzazione delle gerarchie, i nodi irrisolti sono diversi. Un dato statistico offerto dal dossier della spending review del governo Monti segnala che nel compartimento “Roma Centro” contro i 414 poliziotti previsti ne risultino ben 7500.

Le resistenze non mancano, a tutti i livelli. Carabinieri e Finanza hanno il vantaggio della natura militare: una volta impartiti gli ordini, si obbedisce. La polizia invece ha un’organizzazione più lineare ma deve negoziare ogni cambiamento con la nutrita schiera di sigle sindacali. La stessa che ha di fatto bloccato la soppressione dei reparti navali, che l’Arma ha invece più che dimezzato nel giro di cinque anni seguendo una revisione autonoma dei costi.


In sei anni i carabinieri hanno realizzato una consistente spending review. Destinando più risorse e uomini al controllo del territorio

Per tutti i dipendenti pubblici però il ddl Madia impone una rivoluzione delle carriere, obbligando a fare pesare di più “merito e professionalità” nelle promozioni, adesso troppo spesso dominate dagli automatismi delle anzianità di servizio e – per i gradi superiori delle forze dell’ordine – dai giochi delle cordate interne o persino dalle influenze politiche. Una grande novità, con criteri che vanno ancora definiti. Perché senza i decreti attuativi la riforma non potrà partire.

Quanto si risparmierà non è ancora chiaro. Le stime iniziali parlano di 42 milioni di euro dall’accorpamento delle attività sul mare, altri 40 milioni dagli affitti delle sedi e circa 26 milioni dalla centralizzazione degli acquisti. Ma a regime si può andare molto più a fondo. Sulla base della radiografia dei bilanci realizzata da Piero Giarda per il governo Monti alcune analisi sono arrivate a prospettare un beneficio di 360 milioni solo sulla logistica – immobili, auto, manutenzione – e altri 180 milioni dalla razionalizzazione dei reparti speciali. E c’è chi spera che entro il 2025 le forze dell’ordine riescano a mettere da parte almeno un miliardo l’anno. Utopia?

Questi soldi non resteranno nel settore. La legge Madia propone di lasciare alle polizie fino alla metà dei risparmi: la decisione spetta al ministero dell’Economia. E questa formulazione non rappresenta certo un incentivo ai sacrifici. Anche perché la richiesta è quella di spendere meno ma aumentare la sicurezza per i cittadini. Una missione quasi impossibile alla luce degli stanziamenti attuali e soprattutto dai buchi negli organici: negli ultimi quattro anni meno della metà dei pensionati è stata rimpiazzata. Entro il 2018 alla polizia mancheranno 21 mila uomini e alla Finanza 15 mila mentre i carabinieri sono già sotto di 13.500. Nonostante questo la stragrande maggioranza dei fondi serve per gli stipendi, lasciando le briciole per i mezzi e l’addestramento. E l’età media continua a salire: ormai si è già a 42 anni, troppi per un lavoro logorante come quello del poliziotto.

Di imitare il resto d’Europa e aumentare la presenza di impiegati civili – con mansioni burocratiche e paghe minori – per smaltire alcune pratiche, come i passaporti o i permessi per gli immigrati, non se ne parla: negli altri Paesi ormai formano un quinto dei ranghi, da noi sono circa il 5 per cento. Il governo dal prossimo anno ha promesso di eliminare il blocco del turnover e già a dicembre l’Arma spera di arruolare un contingente di giovani carabinieri, selezionati con un concorso ma mai assunti.

L’unica risposta però può venire solo dalla razionalizzazione. Rivedere la mappa dei presidi, dirottando agenti e carabinieri dove servono di più: mandare sulle strade, nelle stazioni e nei commissariati uomini e donne che verranno reperiti eliminando doppioni e comandi. Convincendoli che saranno i loro risultati a determinare la carriera. Questa sì sarebbe una vera rivoluzione.
Come sempre sarà una riforma a metà come tutte le cose italiane e scontenterà tutti!

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30 luglio 2015 4 30 /07 /luglio /2015 21:06
occhio agli autovelox autostradali la Polstrada li indica tutti per sicurezza.

occhio agli autovelox autostradali la Polstrada li indica tutti per sicurezza.

La Polizia Stradale ne pubblica le mappe come deterrente all’eccesso di velocità (e non solo) per garantire a tutti un viaggio sereno e sicuro.

“La Polizia di Stato rende pubbliche le tratte stradali dove sono operativi, giorno per giorno, gli strumenti di controllo della velocità. Un modo per invitare gli automobilisti a moderare l’andatura rispettando i limiti e prevenire così gli incidenti.”

Con queste parole, la Polizia Stradale punta sulla trasparenza come deterrente per i comportamenti scorretti alla guida: per questo, sul proprio sito rende pubbliche le informazioni e le mappe di autovelox, tutor ed altri dispositivi di controllo in una pagina chiamata, appunto, Autovelox e Tutor: dove sono? (che riporta anche le normative che regolano l’utilizzo di questi apparecchi).
L’intento è rendere i guidatori consapevoli della necessità di rispettare i limiti di velocità e, di conseguenza, aumentare i livelli di sicurezza sulle strade più trafficate e rischiose.

Sono disponibili sia le postazioni fisse autostradali e quelle sullaviabilità ordinaria (ad es. strade statali), sia quelle mobili, queste ultime divise per regione ed aggiornate ogni settimana, di lunedì (per consultarle, cliccare sulla cartina dell’Italia).
Ti consigliamo anche di consultare le pagine del sito di Autostrade dedicate sempre a Autovelox e a Tutor, con la mappa delle postazioni lungo tutta la rete autostradale.
In generale, se non diversamente indicato, il limite di velocità in autostrada è di 130Km/h e, in caso di pioggia, il limite massimo scende a 110 Km/h. Per fare un ripasso utile, segnaliamo la pagina riepilogativa dei limiti di velocità sul sito della Polizia Stradale:Limiti di velocità.

Infine, ti segnaliamo anche il video in cui viene spiegato come funziona il Tutor: Tutor, come funziona.
In particolare, ti ricordiamo che il Tutor è in grado di rilevare anche i veicoli che viaggiano in corsia d’emergenza: quindi, non solo è inutile cercare di sfuggire alla rilevazione usando tale corsia ma, addirittura, si finisce con l’essere sanzionati anche per averla percorsa in violazione del Codice della Strada.

Conoscere la posizione di questi sistemi di controllo è molto semplice, alla portata di tutti, senza alcun bisogno di particolari sotterfugi o accorgimenti. Ma soprattutto è un modo pergarantire a se stessi e agli altri un viaggio all’insegna della sicurezza.

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19 giugno 2015 5 19 /06 /giugno /2015 19:53
Se correttamente usata come farmaco sotto il controllo sanitario cura parecchie infermità

Se correttamente usata come farmaco sotto il controllo sanitario cura parecchie infermità

Una Proposta di legge per modificare il testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti e reintrodurre il Principio Che Non Tutte le Droghe Pericolose Sono ugualmente. Un atto legislativo Che Superi l'Approccio repressivo introdotto Dalla legge 49-2006 (Fini-Giovanardi) Ormai «PRIVO di qualunque motivazione Razionale». Ma che permetta also la Coltivazione «domestica» di cannabis per uso Personale o la cessione a Terzi di piccoli Quantitativi Destinati al «consumo immediato».

La Proposta di legge has been depositata alla Camera il 14 giugno scorso da ALCUNI Deputati di Sel e dovuto Esponenti del Partito democratico (Michela Marzano e Ivan Scalfarotto). E da domani la commissione Giustizia inizierà il Suo esame. «Si Poteva Partire Anche prima - racconta il Parlamentare di Sel Daniele Farina, primo firmatario e relatore - ma ABBIAMO atteso la Posizione dei colleghi del Movimento Cinque Stelle su This Provvedimento». Alla multa i grillini Hanno Preferito non firmare, also se al Momento del voto non dovrebbero mancare di gran lunga il proprio Sostegno. «Ci ​​Hanno Assicurato di Essere d'Accordo con La Proposta» racconta Farina.

«Con le modifiche apportate Dalla legge n. 49 del 2006 (al testo unico in materia di disciplina degli stupefacenti e psicotrope Sostanze, ndr ) e Stato equiparato il Trattamento sanzionatorio per le ipotesi illecite penalmente rilevanti, un Prescindere Dalla tipologia di stupefacente, in that, also alla luce dei Risultati conseguiti, Appare PRIVO di qualunque motivazione Razionale ». Così si legge Nella Relazione allegata alla Proposta di legge. Ecco la novità. «Chi all'epoca si oppone una legge Quella - racconta Farina - non AVEVA i Dati Che ABBIAMO Oggi. Incontrovertibili Dati, senza debiti formativi italiano e globale ».

A giudicare Dai firmatari , Oggi è Evidente Che «le Politiche di" guerra alla droga "Siano fallite». L'Approccio repressivo al fenomeno E Ormai «anacronistico», Oltre ad Essere «in aperto contrasto - Cosi si legge - con le tendenze in atto legislativo NEGLI STATI UNITI D'America, in MOLTI Paesi del Centro e Sud America, nonchè con le riflessioni in numerosi Paesi Europei ». Il testo Assegnato alla commissione Giustizia descriva la Situazione italiana. Stando alle relazioni con la clientela Annuali della Direzione centrale per i servizi antidroga del Ministero dell'Interno, nel Nostro Paese dal 2002 al 2011 il numero di operazioni antidroga E cresciuto in maniera rilevante. «Dalla Relazione Annuale al Parlamento sui Dati Informazioni relative allo Stato delle tossicodipendenze in Italia relativa all'anno 2011 e al primo semestre 2012, redatta dal Dipartimento per le Politiche Antidroga, si evince Che i Costi imputabili alle Attività di contrasto Sono ammontati, solo nel 2011 , un circa 2 miliardi di euro, di cui il 48,2 per cento per la detenzione, il 18,7 per cento per le attivitā delle Forze dell'Ordine e il 32,6 per cento per Attività erogate Dai tribunali e Dalle Prefetture » .

Ma i Risultati non Sembrano in linea con le attese . «Dagli Stessi Dati - è un costo, la Relazione - si evince tuttavia Che this mastodontica Attività di contrasto non ha Portato un SIGNIFICATIVI Risultati sotto il Profilo della RIDUZIONE dei Consumi di Sostanze stupefacenti». Poche Le conseguenze Anche per la Criminalità Organizzata: «Né Sono percepibili Variazioni significative nel Flusso di Denaro di cui si appropriano annualmente diversificazione Sodalizi Criminali, variamente Stimato, ma quasi mai inferiore, ai di 60 miliardi di euro». Intanto le carceri scoppiano. «Oggi Più di un terzo dei detenuti - racconta Farina - sconta una pena per i reati Previsti dal Testo Unico». Il 30 giugno 2011 erano il 41,5 per cento del totale, vieni si legge nel documento. «27,947 su 67,394 soggetti»

La Proposta di legge prova a invertire la Tendenza «con causa iniziativa Molto Semplici», dadi Ancora Farina. Anzitutto escludendo la punibilità della Coltivazione domestica di cannabis «destinata all'uso Personale o ceduta a Terzi per il consumo immediato». Salvo, si legge nel primo articolo del testo, «Che il Destinatario Sia un minore». E poi reintroducendo Una differenziazione delle pene per i diversificazione Tipi di Sostanze. Con pene Più leggere per i "fatti di lieve Entità" e per le Attività illecite relative Agli stupefacenti Che il testo unico Classifica venire «cannabis indica, i prodotti da ESSA ottenuti. Io tetraidrocannabinoli, i Loro analoghi naturali, le Sostanze ottenute per sintesi o semisintesi Che Siano annuncio Essi riconducibili a Struttura chimica o per Effetto Farmaco-tossicologico ».

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27 maggio 2015 3 27 /05 /maggio /2015 09:26
Lampadine a risparmio energetico? ma......

Da più di un decennio continuiamo ad attribuirle un ruolo salvifico nella lotta ai cambiamenti climatici, senza renderci conto delle innumerevoli problematiche sotto il profilo della salute e dello stesso ambiente.
Ci siamo già occupati del tema su Terra Nuova, scatenando non poche perplessità. Adesso l’argomento viene affrontato anche da Aduc e riportato su Il Consapevole, attraverso la diffusione di ulteriori pubblicazioni scientifiche e di un appello lanciato da David Price, coordinatore della Spectrum Alliance, nell’ambito della più vasta campagna di sensibilizzazione in Europa sulle conseguenze sulla salute originate dall’uso di questo genere di illuminazione.

Da settembre 2012 sono state messe al bando in tutta l’Unione Europea le lampadine a incandescenza per fare spazio a quelle a minor consumo energetico. Ma a quale costo?[Dioni: Fanno eccezione le lampadine a incandescenza per usi specifici (es. frigo, forno, ecc…). Le scorte di tutte le lampadine incandescenti presso i rivenditori e i magazzini potranno essere comunque vendute fino ad esaurimento.]
Le lampadine fluorescenti compatte -CFL-(note come lampadine a basso consumo energetico) possono infatti provocare invece ulteriori gravi danni a fasce di popolazione affette da patologie quali il Lupus, forme di dermatite o eczema, elettrosensitivita’, autismo, epilessia, emicrania, alcuni tipi di porfiria, e molte altre ancora che possono soffrire gravi e dolorose reazioni all’illuminazione a basso consumo.
Queste beneamate lampadine, distribuite a destra e manca da associazioni ambientaliste e da fornitori di energia elettrica (già questo dovrebbe far pensare), presentano purtroppo tre principali problemi: le radiazioni elettromagnetiche, il mercurio e le radiazioni UV.

Misurazioni eseguite dimostrano che le LFC generano potenti campi elettromagnetici a poca distanza dalla sorgente, fino ad un metro di distanza (1). Il centro indipendente di ricerche francese CRIIREM (Centre de recherche et d´information sur les rayonnements e’lectromagne’tiques) sconsiglia pertanto di utilizzare lampadine a basso consumo energetico a brevi distanze, come ad esempio per illuminare i comodini delle camere da letto o le scrivanie (2). La messa al bando delle lampadine ad incandescenza portera’ quindi ad un aumento delle persone sottoposte ad alti livelli di radiazioni elettromagnetiche.
Esistono, inoltre, indicazioni che il campo elettromagnetico generato dalle LFC puo’ viaggiare all’interno dei cavi elettrici esponendo le persone alla cosi’ detta “elettricita’ sporca” in tutta l’abitazione. Uno studio pubblicato nel giugno del 2008 dall’American Journal of Industrial Medicine segnalava che questa elettricita’ sporca aumenta di 5 volte il rischio di contrarre il cancro (3). L’effetto dannoso dell’elettricita’ sporca e’ stato evidenziato anche dalle ricerche condotte dalla ricercatrice canadese Marta Havas (4).
Le lampade alogene a basso voltaggio (12V) possono anch’esse essere dannose a causa del campo elettromagnetico generato dal trasformatore. Cio’ succede in particolare con le radiazioni emesse dai “trasformatori elettronici” che possono contaminare anche le condutture generando elettricita’ sporca.
Le lampade alogene a 220 V non hanno invece questo effetto.

Mercurio
Le LFC contengono da 3 a 5 mg di mercurio, una sostanza estremamente tossica per il cervello, il sistema nervoso, i reni ed il fegato. Sebbene si dica che le LFC hanno un basso contenuto di mercurio, questo quantitativo e’ piu’ che sufficiente a causare seri danni alla salute. In modo particolare sono a rischio le donne in stato di gravidanza ed i bambini piccoli, poiche’ il mercurio influisce sullo sviluppo del cervello e del sistema nervoso del feto e del neonato.
Valutazioni eseguite dimostrano che quando una lampadina a basso consumo si rompe i vapori di mercurio si diffondono e le emissioni superano di gran lunga i livelli di sicurezza per svariate settimane dalla rottura (5). Le lampadine che non vengano smaltite correttamente potrebbero rompersi nei camion della spazzatura, diffondendo i vapori di mercurio sulla citta’, o finire nelle discariche dove il mercurio puo’ contaminare aria, acqua e suolo. Di conseguenza, la messa al bando delle lampadine ad incandescenza ed il conseguente aumento dell’utilizzo delle LFC portera’ centinaia di chilogrammi di mercurio direttamente nelle nostre case e nelle nostre strade.


Radiazioni-UV
Le lampadine a risparmio energetico emettono una quantità superiore alla media di raggi ultravioletti e quindi potrebbero aumentare il rischio di cancro alla pelle soprattutto per chi lavora ore e ore vicino alle fonti di luce. L’allarme arriva dal quotidiano britannico Guardian. La Health Protection Agency (HPA) ha condotto uno studio sui vari modelli di lampadine a risparmio energetico disponibili sul mercato, e ha verificato che il modello non incapsulato emette livelli troppo elevati di radiazioni UV-C in 9 casi su 53. A 2 centimetri di distanza dalla lampadina ci si trova esposti a un livello di emissione ultravioletta paragonabile a quello della luce solare diretta in un giorno d’estate.
Le LFC senza il doppio guscio protettivo (ed anche alcuni tipi di lampade alogene) emettono radiazioni UV-B e tracce di UV-C. E’ ben noto che questo tipo di radiazioni sono dannose per la pelle (i.e. tumore della pelle) e per gli occhi (i.e. cataratta). Diversi studi, infatti, dimostrano che le lampade fluorescenti aumentano il rischio di contrarre tumori della pelle (6).
La British Association of Dermatologists sostiene che le persone che soffrono di alcune malattie della pelle o che sono sensibili alla luce accusano un aggravamento dei loro sintomi in conseguenza dell’uso di lampadine a basso consumo energetico (7). Perfino individui senza problemi cutanei preesistenti possono sviluppare sul viso sintomi allergici e/o lesioni simili alle ustioni da sole (8).
La protezione supplementare del doppio guscio sulle LFC puo’ circoscrivere il problema delle radiazioni UV, ma fintantoche’ saranno vendute LFC senza doppia protezione, le razioni UV continueranno ad essere un alto fattore di rischio.
“Una esposizione ai raggi UV-C, anche limitata, causa danni al DNA”, spiega Anthony Carr della Sussex University. “Il rischio più immediato – soprattutto per le categorie professionali che lavorano sotto la luce ravvicinata e continua di queste lampade, come gli orafi – è un arrossamento della pelle simile a una scottatura, ma è presente anche un limitato rischio di cancro della pelle”.


Ulteriori problemi
Altri problemi correlati all’uso delle LFC comprendono il tremolio della luce — che puo’ provocare mal di testa, affaticamento della vista e problemi di concentrazione (9) — e l’alta percentuale della componente blu della luce che, come e’ risaputo, diminuisce la produzione di melatonina, che a sua volta puo’ causare disturbi del sonno, tumori, attacchi di cuore.


Cosa fare?
Dobbiamo anche ricordare che la luce migliore rimane la luce naturale, che potremmo sfruttare al massimo anche all’interno delle nostre abitazioni. Una vecchia lampada ad incandescenza ci da sicuramente una luce più calda e gradevole delle nuove fredde luci a risparmio energetico. Potete acquistare su internet o in alcuni negozi che hanno rimanenze, ancora le lampadine ad incandescenza.

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19 gennaio 2015 1 19 /01 /gennaio /2015 19:13
E' realtà il sensore antisismico

 

In vendita da dicembre SismAlarm è nato dopo il sisma che ha colpito l'Emilia. Completamente digitale rileva onde di magnitudo superiore ai 3.2 gradi Richter e avverte se ha subito spostamenti a causa delle scosse.

È in vendita da inizio dicembre nei negozi di elettronica, di bricolage e di ferramenta. Costa 99 euro e ha già riscosso un buon successo, tanto che gli ordini stanno arrivando anche dall’estero. Si tratta di SismAlarm, un dispositivo digitale che riconosce le onde sismiche e si attiva (con segnali sonori e luminosi) in caso di imminente terremoto. Un sistema totalmente made in Italy e unico nel suo genere: funziona attraverso sensori molto sensibili che riescono a rilevare l’accelerazione impressa alla materia dalle onde sismiche. «Non esistono altri dispositivi anti-sismici interamente digitali, la maggior parte ha componenti meccaniche», spiega Maurizio Taormina, ideatore del prodotto e fondatore della ditta riminese che lo ha progettato, la Guardian.

Usarlo è molto semplice: basta attaccarlo con dei tasselli a un muro portante della casa. Se intercetta un’onda primaria - l’onda sismica che nei terremoti arriva prima di quella distruttiva – SismAlarm comincia a suonare e a illuminarsi, consentendo a chi si trova in casa di uscire (se vive al piano terra) o di rifugiarsi sotto un tavolo se l’abitazione è ai piani superiori. SismAlarm rileva onde di magnitudo superiore ai 3.2 gradi Richter, che è la soglia avvertita anche dall’uomo, ma può essere regolato anche con altri parametri a seconda delle richieste. «Siamo molto soddisfatti del prodotto perché in poco più di un mese le vendite in Italia sono state abbastanza buone, considerando che la distribuzione non è ancora finita - spiega Maurizio Taormina - E soprattutto ci sono arrivate diverse richieste da altri Paesi, dalla Turchia alla Grecia, dagli Stati Uniti al Sud America, dalle Filippine all’Indonesia. La voce, insomma, nel mondo hi-tech si è sparsa in fretta». L’idea è nata dopo il terremoto che ha colpito l’Emilia Romagna nel 2012. «A Rimini abbiamo sentito molto bene le scosse e con i miei collaboratori ci siamo resi conto che nel panorama dei dispositivi digitali per la sicurezza mancava del tutto qualcosa di mirato per i terremoti. Con SismAlarm vogliamo aiutare le persone a proteggersi guadagnando quella manciata di secondi prima della scossa distruttiva che possono salvare la vita. Dato che l’Italia è un Paese a forte rischio sismico, un prodotto del genere può essere davvero utile».

SismAlarm ha anche un’altra funzione, la lettura dei danni: il dispositivo si geolocalizza sulle tre dimensioni sia al momento dell’acquisto sia dopo l’eventuale scossa. Se rileva delle differenze anche minime nella sua posizione lo segnala, suggerendo al proprietario di chiedere un parere tecnico: potrebbero esserci delle crepe o dei danni strutturali. Ma al di là del rischio sismico, Guardian sta realizzando una serie di dispositivi che monitorano anche altre calamità. Per esempio ha vinto un bando per controllare il rischio idrogeologico a Genova: «Stiamo aspettando lo sblocco dei fondi, ma nel frattempo abbiamo già installato alcuni dispositivi nei punti in cui sono più frequenti le frane. A ogni variazione dei parametri vengono allertati i servizi di pronto intervento. Stesso discorso a Pompei: i dispositivi installati negli ultimi mesi all’interno del sito archeologico per prevenire i crolli sono nostri. In quel caso operiamo attraverso Finmeccanica, che ha inserito nel suo catalogo alcuni nostri prodotti». Ed entro l’anno Guardian intende produrre dei dispositivi di «home security» completi, che oltre al rischio sismico intercettino problemi a tutte le componenti della casa (dalle tubature al gas), con in più un servizio di chiamata automatica del pronto intervento, dall’idraulico ai vigili del fuoco. L’obiettivo è venderli in abbinamento a polizze assicurative a prezzi vantaggiosi: «Ci hanno contatto grandi gruppi del mondo delle assicurazioni per creare dei pacchetti: dispositivo, servizio e polizza. Stiamo valutando».

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11 gennaio 2015 7 11 /01 /gennaio /2015 14:09

Il numero di Poliziotti, carabinieri e finanzieri E elevatissimo anche RISPETTO Agli abitanti: tra Aosta e Caltanissetta Contiamo 508 Agenti OGNI 100mila PERSONE, Contro i 300 della Germania, i 354 della Francia ei 259 della Gran Bretagna. Peccato che, in termini di Sicurezza, Facciamo però peggio dei Nostri Partner Ue. Un'anomalia, la nostra, dovuta innanzitutto al numero abnorme di Polizie autonome, truffatori propri Comandi e Specifiche Strutture: ben 9, se si Contano Anche la municipale e la provinciale, Per una Spesa complessiva Che Supera i 20 miliardi di euro l'anno . Se Carlo Cottarelli, ex commissario alla revisione della Spesa, ipotizzava di risparmiare fino a Bon Voyage Bon Voyage 2,7 miliardi di euro l'anno, Secondo i Sindacati Una Riforma E Necessaria Anche per migliorare il Controllo del territorio: ben il 60 per cento delle DIVISE , Spiega il Sap, non alla E adibito Sicurezza dei Cittadini, ma Lavora NEGLI Uffici e vigila Stazioni e Comandi sparsi per le nostre regioni.

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Polizia, troppi Comandi e fido del Agenti in strada
Ma nessuno ha il coraggio di Tariffa Una Rif
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L'Italia ha il primato di Agenti in Europa, con tanti Corpi divisi Tra Loro, Una selva di Comandi e delle Nazioni Unite Coordinamento inefficace. E il 60 per cento del Personale Lavora Dietro Una Una Scrivania NEGLI UfficiIl Governo, nel passato, ha Annunciato di Voler METTERE in cantiere Una Riforma del Comparto.

​ Nulla però, e Stato Ancora Fatto, se non Qualche ipotesi sull'unificazione del Corpo Forestale con la Polizia di Stato. «E Solo Un primo passo» Spiega UN "l'Espresso" il viceministro dell'Economia Enrico Morando. «Ci Sono i Margini per effettuare Riforme Importanti, in modo da evitare Sovrapposizioni Non più accettabili. Che bisogna il territorio Venga Diviso Tra i Corpi: Dove c'è Una forza di polizia non ce ne DEVE Essere Un'altra. In Europa siamo Uno dei paesi Che Spende di Più, ma in termini di Risultati Facciamo peggio di Francia, Germania, Inghilterra e Spagna: vuol dire Che C'è ONU Problema di Organizzazione e Struttura del servizio. Le SEMBRA opportuno, per esempio, Che la Guardia di Finanza Abbia reparti antisommossa Venire i Berretti Verdi? ».

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20 agosto 2014 3 20 /08 /agosto /2014 17:40

[Il presidente dell'Anac, 

La scarsa capacità di crescita dell’economia italiana è al centro del dibattito politico e all’attenzione degli organismi di regolazione internazionale, viste le sue implicazioni per la sostenibilità del debito pubblico.


 

 

 

 

Ci sono varie cause dietro il basso potenziale di crescita italiano, molte delle quali riconducibili all’obsolescenza di ampi strati del tessuto produttivo e infrastrutturale, alla carenza di investimenti in istruzione&ricerca e nello sviluppo di nuovi prodotti. Tuttavia, un altro forte ostacolo alla crescita dell’attività economica viene dalla scarsa efficacia degli organismi decisionali, sia pubblici sia privati, dalla quale origina un livello di corruzione - attuale e percepita - con pochi paragoni nell’ambito del mondo occidentale.

 

 

Il modello di valutazione sistematico (Country Insights Scores) di Roubini Global Economics permette di fare una comparazione (su una scala da 0 a 10) dell’impatto economico della corruzione e dell’inefficienza dei processi decisionali, dando pertanto un’idea del valore economico che deriverebbe dalla risoluzione di queste due autentiche piaghe (Tabella 1).

 

Tabella 1: Roubini Global Economics – Country Insights Scores

 


[Clicca sulla tabella per ingrandirla]

 

La Tabella 1 mostra in modo evidente come la capacità di attrarre invstimenti dell’Italia, la qualità dell’ambiente di business e l’efficacia degli organismi di decisione politica siano decisamente inferiori alla media dei paesi “concorrenti” (anche se “alleati”, come Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, spesso anche Spagna) e a livelli comparabili con quelli dei paesi emergenti a maggior tasso di crescita (per esempio Brasile, Russia, India e Cina, i cosiddetti Bric), che possono però contare su altri fattori di competizione di prezzo: bassi salari, tassi di cambio artificialmente svalutati eccetera.

Inoltre, il livello del crimine organizzato, la capacità di controllo della corruzione e la percezione di questa (stimata dal ranking diTransparency International, che vede l’Italia al 69° posto, su 177) mostrano ritardi decisamente allarmanti del nostro paese nei confronti dei suoi competitori .

I canali attraverso i quali gli elevati livelli di corruzione costituiscono un freno alla crescita sono molteplici. Basta citarne tre.

 

Il primo: la corruzione disincentiva l’investimento diretto estero, in quanto il potenziale investitore - già eventualmente scoraggiato dal dover affrontare un impianto regolatorio eccessivamente complesso - teme al contempo di dovervi fare fronte ricorrendo alla corruzione dell’ufficiale pubblico (ma anche privato). Il piano elaborato dal governo Letta e poi sussunto dal governo Renzi volto a incentivare l’investimento estero diretto, "Destinazione Italia", ribadiva come solo l'1.6% di tali flussi d'investimento raggiunga l’Italia, ossia una frazione di quelli destinati a Francia, Regno Unito o Germania. Il piano prevedeva una serie d'interventi volti a rimuovere alcuni degli ostacoli all’investimento straniero, incluse riforme della giustizia civile. Ma la sua implementazione rimane quanto meno incerta.

 

Il secondo canale di impatto economico della corruzione è la distorsione della concorrenza del mercato. Così come le imprese straniere non sono incentivate a investire in Italia, le imprese domestiche potrebbero essere incentivate a trovare commesse all’estero, laddove il contesto di business si presenta più favorevole. Inoltre, imprese sane, non disposte a scendere a bassi compromessi, tendono a essere disincentivate a partecipare a gare d’appalto che percepiscono come truccate. Finiscono così per uscire dal mercato, peggiorando pertanto la "eticità media" del tessuto produttivo nazionale. In questo senso, anche la sola percezione della corruzione può essere un fattore di disincentivo reale - ovvero: l’appalto può non essere truccato, ma l’impresa sana non partecipa temendo che lo sia.

 

Il terzo canale è l’incentivo all’emigrazione dei "cervelli". Un ambiente a competizione truccata (o percepito essere tale) costituisce un formidabile incentivo all’emigrazione di coloro che intendono basare il loro successo professionale solo sulle loro capacità e sul loro impegno, su meriti e titoli acquisiti. La Tabella 1 dimostra come il “brain drain” italiano sia più intenso di quello dei paesi competitori, perfino più di quello spagnolo.

 

Cervelli in fuga vuol dire valore aggiunto all’estero e sottratto in patria, il che in parte spiega il differenziale di crescita. Iniziative meritorie come quella del "Controesodo" (elaborate da un gruppo di parlamentari di tutti gli shieramenti) hanno aiutato a ridurre il disincentivo fiscale alla permanenza in patria. Ma per frenare l’uscita di coloro che sono in fuga dalla corruzione, dal familismo, dalla concorrenza sleale, servono operazioni di sistema di più vasta portata. Riuscendo a bloccare, o anche solo ad affievolire questi 3 canali, si otterrebbe un impatto enorme sulla crescita dell’attività economica.

 

È difficile stimare l’entità della corruzione (che spesso si associa a evasione fiscale e ad altri fenomeni di malaffare o di criminalità organizzata). Documenti ufficiali riportano la cifra indicativa di 60 miliardi di euro l’anno e questo può dare un’idea della grandezza della sfida. Il Commissario straordinario per la revisione delle spesa pubblica conta di riuscire a tagliare, nell’arco dei prossimi 3 anni, fino a poco più di 30 miliardi di euro. Sembrerebbe pertanto abbastanza immediato ritenere che - conducendo una seria lotta alla corruzione - ne potrebbero derivare rilevanti risorse per il rilancio dell'economia.

 

Nonostante la gravosità della sfida, lo Stato in passato ha reagito al dilagare del fenomeno corruttivo e adesso sembra voler dare un ulteriore impulso in tale direzione tramite la creazione dell’Agenzia nazionale anticorruzione (Anac).

 

Come suo presidente è stato scelto Raffaele Cantone, un magistratoa lungo impegnato sul fronte della lotta alla mafia. Cerchiamo pertanto di capire quali progressi sono stati fatti recentemente e quali altri potranno essere fatti in futuro su questo fronte. Lo abbiamo chiesto direttamente al presidente dell’Anac.

 

 

ROSA: Come si sta organizzando l'Anac?
CANTONE: L’Anac è stata interessata da una rilevante modifica da parte del d.l. 24 giugno 2014, n. 90 che ne ha significativamente trasformato la struttura e i poteri. Soprattutto ne ha ampliato la missione istituzionale. Rientra ora nelle sue competenze anche il controllo di tutti i contratti pubblici di appalti, di servizi e forniture che prima spettavano ad un’altra autorità, quella della “vigilanza dei contratti pubblici" (Avcp), contestualmente soppressa con il trasferimento di mezzi e personale. È previsto che entro il 31 dicembre, in qualità di presidente dell’Anac, io predisponga un piano di riordino della nuova autorità; mi aspetta un durissimo lavoro, ma particolarmente interessante e stimolante che può portare alla creazione di un authority operativa a 360 gradi, sia sul piano dell’anticorruzione sia su quello del controllo degli appalti.

 

ROSA: Possiamo essere sicuri che l’Anac non rimanga una scatola vuota, l’ulteriore agenzia che serve a testimoniare che si è ragionato sul fenomeno, ma concretamente non si vuole fare nulla per risolverlo?
CANTONE: Se l’Anac sarà o meno una scatola vuota dipenderà anche da come sapremo farla funzionare in concreto; il decreto legge citato ha obiettivamente rafforzato i nostri poteri sotto più profili e ora dovremo noi dimostrare di sapere con essi incidere nella realtà, tenendo presente, però, che il nostro lavoro non è quello di scoprire fatti di corruzione (competenza questa della magistratura penale) ma di mettere in campo gli anticorpi per evitare che i fatti di corruzione accadano. Il segnale dato dalla politica questa volta non mi sembra solo simbolico, ma effettivo e reale.

 

ROSA: Perché pensate che questa iniziativa avrà successo rispetto ad altre fatte in passato? Come misurerete il vostro successo?
CANTONE: È difficile poter individuare dei misuratori oggettivi dell’efficacia di un’azione amministrativa di controllo preventivo; sicuramente non potrà essere tale né l’emersione né l’assenza di episodi corruttivi scoperti dalla magistratura; è noto, infatti, che la scoperta di fatti corruttivi può dipendere anche soltanto dal caso e che la mancata scoperta non significa affatto che essi non vi siano. Credo, invece, che un segnale indicativo potrebbe risiedere nelle classifiche internazionali sulla percezione della corruzione in Italia [discusse all’inizio del presente articolo, ndr] che ci vedono sempre in posizioni negative. Salire in quelle classifiche sarebbe un elemento che, oltre a essere oggettivamente incoraggiante, dimostrerebbe che l’azione di prevenzione è fruttifera.

 

ROSA: Concretamente, di che strumenti sarete dotati? E di quali vorreste essere dotati?
CANTONE: La nostra attività sarà soprattutto di “vigilanza”; controlleremo se le pubbliche amministrazioni rispetteranno le norme che impongono strumenti di prevenzione della corruzione (come l’adozione dei piani triennali, la nomina dei responsabili dell’anticorruzione e delle regole di integrità dei pubblici funzionari), il rispetto delle regole sulla trasparenza (e cioè che siano rese pubbliche una serie di informazioni sensibili soprattutto sull’attività contrattuale della pubblica amministrazione in modo che possa esercitarsi il “controllo diffuso” dei cittadini) e che siano rispettate le norme previste dalla legge sugli appalti. Il limite della nostra attività di vigilanza è quello dell’assenza di un meccanismo sanzionatorio efficace a stimolare il rispetto delle regole indicate; il decreto legge di giugno ha previsto nuove sanzioni, ma forse esse non basteranno. Con l’esperienza applicativa verificheremo la cosa ed eventualmente ne prospetteremo i limiti a governo e parlamento.

 

 

ROSA: Quanto ci metterete a diventare pienamente operativi?
CANTONE: Credo avremo bisogno di un tempo minimo di rodaggio che ci consenta di digerire la nuova missione istituzionale indicataci; direi quindi non meno di un anno. Ciò però non significa che risultati non possano essere conseguiti prima, anzi io rivendico come alcuni risultati siano già stati raggiunti - ad esempio sul piano del rispetto delle regole della trasparenza attraverso un’attività di vigilanza mirata sui ministeri e sui grandi enti locali. Dopo il nostro intervento è migliorata moltissimo la comunicazione pubblica che avviene attraverso i siti istituzionali e soprattutto tramite la cosiddetta “amministrazione trasparente”. Sono convinto che l’aumento della trasparenza effettiva renda molto più difficile i fenomeni corruttivi. La corruzione è un reato che si fa al buio e di nascosto: la luce della trasparenza lo rende molto più complicato.

 

ROSA: Ci sono equivalenti dell’Anac a livello internazionale? Hanno funzionato?
CANTONE: In molti Stati esistono autorità anticorruzione; si tratta però di realtà variegate e non riconducibili a una tipologia unitaria. Nei rapporti internazionali intessuti e studiando alcuni report ho verificato che spesso quelle straniere sono autorità con poteri di polizia o persino giurisdizionali o, all’estremo opposto, si tratta di autorità inserite e collegate direttamente a ministeri. In Francia ad esempio l’anticorruzione è collegata al ministero della giustizia. L’authority italiana, invece, ha i caratteri di un’autorità indipendente; è nominata dal governo ma richiede il parere favorevole dei 2/3 delle commissioni parlamentari e dura 6 anni, quindi più di quanto possa durare il governo nominante: in questo senso è una novità sul piano internazionale. L’esperienza delle autorità straniere, per quanto molto diverse, sembra incoraggiante; esse pare abbiano conseguito concreti risultati nella lotta alla corruzione; almeno questo è quello che emerge dai report degli organismi internazionali.

 

ROSA: Dove crede che si annidi maggiormente la corruzione?
CANTONE:
 La corruzione si annida nelle pieghe della burocrazia che non funziona e che pone ostacoli; gli ostacoli spesso si possono superare proprio corrompendo i funzionari infedeli o mettendoli a “libro paga”: è per questo che una semplificazione intelligente delle procedure (che non significa affatto eliminazione dei controlli, ma individuazione di controlli rapidi ed efficienti) può aiutare a combatterla. Spesso sono le regole e le norme tortuose e complicate che cagionano la corruzione.

 

ROSA: Da dove inizia la lotta alla corruzione?
CANTONE:
 Non credo si possa semplificare tanto da indicare un punto di inizio; la lotta alla corruzione richiede interventi sinergici che solo operando insieme possono consentire risultati accettabili. Una buona prevenzione va sempre accompagnata a una repressione che funziona. Infine, ma non certo per importanza, è indispensabile una battaglia di tipo culturale. Per troppo tempo in Italia la corruzione è stato un fenomeno sottovalutato o persino considerato una sorta di “stato di necessità” per superare ostacoli insormontabili di tipo burocratico: In alcuni casi il corruttore, al pari dell’evasore fiscale, è stato considerato un “furbo” capace di aggirare gli ostacoli. Deve invece imporsi l’idea che la corruzione è un male assoluto, come le mafie: entrambe danneggiano i cittadini perché rendono il sistema economico e imprenditoriale molto più debole e molto meno rispettoso delle regole della concorrenza.

 

ROSA: Vista la sua esperienza anti-mafia, crede che si possa battere la corruzione in Italia senza contemporaneamente sconfiggere (o quanto meno far arretrare significativamente) il fenomeno mafioso? 
CANTONE:
 Mafie e corruzione sono due mali tipici della società italiana. Spesso - ma non sempre - coincidono; può dirsi che dove c’è la mafia è oggettivamente più forte e penetrante la corruzione. Il mafioso ha un argomento in più che può spendere nei confronti del funzionario infedele: oltre il denaro ha dalla sua la capacità dell’intimidazione. Non sempre però la presenza della corruzione significa presenza di mafie. In alcuni contesti essa è il frutto di lobby di potere politico/affaristico che non necessariamente hanno legami con le mafie. I fatti emersi a Milano con l’Expo e a Venezia con il Mose dimostrano che importanti eventi corruttivi possono accadere anche senza mafie. È vero quindi che sconfiggendo (o rendendo meno forti) le mafie si diminuirà una certa corruzione, ma non necessariamente la si eliminerà.

 

ROSA: Molto spesso, quando si parla della corruzione, si pensa al “ricevente della mazzetta (o altra utilità)”, cioè il pubblico ufficiale o il politico. E si pensa meno al “datore della mazzetta (o altra utilità)”, tipicamente il privato. Ma il fenomeno prevede sia il corrotto sia il corruttore. Cosa può fare l’Anac per incoraggiare atteggiamenti più virtuosi anche da parte dei privati? Come si diffonde l'idea che la scorciatoia non è una buona soluzione?
CANTONE: La corruzione è un rapporto bilaterale e in una situazione di sostanziale parità contrattuale: il pubblico ufficiale che vende la propria funzione è un soggetto da considerarsi spregevole ma non lo è meno chi corrompe o compra l’esercizio del potere. Questo è un pezzo della battaglia culturale cui sopra facevo cenno; sul punto l’Anac può provare a svolgere un ruolo significativo, uscendo all’esterno, rendendosi riconoscibile e utilizzando la sua ottenuta autorevolezza. Possiamo parlare di corruzione anche nelle scuole, nelle università, provando a far capire che chi corrompe non fa solo danno al prestigio dell’amministrazione pubblica ma a tutta la società; è uno sforzo che personalmente sto facendo moltissimo, a rischio di un eccesso di esposizione pubblica ma provando a parlare dovunque, per far capire che ci siamo e che la lotta alla corruzione non è affatto una battaglia persa a priori.

 

 

ROSA: Potrebbe fare esempi recenti di comportamenti virtuosi da parte sia del privato sia del pubblico che dimostrano l’esistenza di anticorpi anticorruzione anche nel sistema italiano?
CANTONE: Ogni volta che si scopre un fatto di corruzione c’è la prova indiretta di un comportamento particolarmente virtuoso: l’uomo delle forze dell’ordine che arresta un corruttore non è egli stesso un pezzo dell’amministrazione? Non è quindi un virtuoso che fa il suo dovere? Spesso questi soggetti procedono anche contro colleghi del loro stesso ufficio. È la dimostrazione più evidente che c’è una parte sana nella società italiana: su quella parte sana si dovrà lavorare per invertire il trend della lotta al malaffare.

 

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