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21 gennaio 2016 4 21 /01 /gennaio /2016 20:00
Ecco sono sono le obbligazioni subordinate se chi le emesse fallisce non paga piu nulla!

Ecco sono sono le obbligazioni subordinate se chi le emesse fallisce non paga piu nulla!


1-Le obbligazioni subordinate sono strumenti complessi e spesso difficili da inquadrare
Le caratteristiche tecniche di questi titoli sono esplicitate nei prospetti di emissione o in altri documenti, molto spesso scritti in inglese e con una terminologia che fa riferimento al diritto civile ed alla normativa bancaria. In un certo senso, per capire a fondo le caratteristiche di questi titoli, bisogna avere ben chiare le logiche di funzionamento degli intermediari creditizi e delle banche centrali. Il ruolo delle soggetti incaricati della vigilanza sulle banche è, infatti, molto importante per capire a fondo questi strumenti; si pensi che l’esercizio delle clausole di rimborso anticipato e, nel caso dei soli bond Tier 3, il rimborso del capitale alla scadenza finale vanno specificamente approvati dalla banca centrale da cui dipende l’emittente.
Non è sempre chiaramente evincibile dalla documentazione il reale rischio a cui ci si espone e le effettive caratteristiche dell’obbligazione possono essere diverse da quelle ipotizzate sulla base di informazioni sommarie. La stessa ripartizione tra le quattro tipologie da noi analizzate può non essere immediata. Inoltre, anche a parità di tipologia, due diverse obbligazioni possono avere caratteristiche e rischi assolutamente diversi tra loro.

Obbligazioni subordinate: cosa sono e perché sono rischiose

2-Il loro rischio di credito è elevato
In generale, tutte le obbligazioni subordinate comportano un rischio di perdita del capitale e degli interessi superiore a quello delle obbligazioni senior (non subordinate). In caso di fallimento o di dissesto, la perdita che può subire l’investitore è sempre elevata e molto spesso tendente al 100% del capitale investito, poiché vengono privilegiati gli altri creditori ed il cuscinetto di capitale proprio destinato ad attenuare le perdite dei finanziatori è piuttosto limitato (troppo limitato, come abbiamo avuto già modo di dire).

In particolare, il rischio di credito è elevatissimo per le obbligazioni di tipo Tier 1 e per alcuni Upper Tier 2, che possono prevedere la cancellazione delle cedole e di parte del capitale, senza che si debba giungere ad una vera e propria insolvenza dell’emittente.

3-Sono difficili da valutare, specie se è incerta la data di rimborso del capitale (“extension risk”)
Molte obbligazioni subordinate non hanno una vera e propria scadenza (essendo emesse come titoli perpetui o a), ma prevedono la possibilità di essere richiamate dall’emittente a certe date (opzione “call”). Se fino alla fine del 2007 era invalsa la consuetudine di richiamare le obbligazioni alla prima data di call prevista dal prospetto e tutti gli investitori consideravano la data di call come fosse una vera e propria scadenza, la crisi finanziaria che ha colpito tutto il pianeta dalla fine del 2007 ad oggi ha cambiato questo stato di cose. Qualche emittente ha deciso di non rimborsare anticipatamente i bond (come è stato il caso per Credito Valtellinese e Deutsche Bank) pur essendo in grado di farlo; in altri casi, società sostanzialmente insolventi come alcuni istituti inglesi o tedeschi, salvati in extremis dall’intervento pubblico, non solo non hanno rimborsato i bond alla call, ma hanno anche avvisato gli investitori che dovranno subire perdite sul capitale, pur non essendosi mai verificata una vera e propria insolvenza. In generale, è cresciuto a dismisura il cosiddetto “extension risk”, cioè l’incertezza sull’effettiva scadenza dell’investimento, specialmente per gli strumenti emessi senza una vera e propria scadenza (molti UT2 e tutti i T1). In poche parole, è diventato assai difficile stimare il rendimento dell’investimento, dal momento che non si consoce con certezza la sua scadenza.
L’investitore in un titolo Tier 1, in particolare, deve essere oggi consapevole di fare un investimento di lungo termine, molto simile ad un investimento azionario.

4-La loro liquidità è scarsa
Ancora più dei consueti corporate bond, i bond subordinati possono essere veramente difficili da acquistare e da vendere, in quanto ogni titolo fa storia a se poichè, al contrario della carta non subordinata, ogni emissione ha caratteristiche peculiari che la distinguono dalle altre. In periodi di elevata incertezza, come è stato il caso negli ultimi due anni, fattori come l’extension risk finiscono con il complicare ulteriormente il compito ai market maker.

5-Il rischio è difficile da diversificare
Il recente passato ha provato come il prezzo di queste obbligazioni, in fasi di estrema turbolenza, tenda a deprimersi senza molto riferimento alle specifiche caratteristiche dei titoli e degli emittenti, rendendo estremamente gestire e diversificare il rischio. Non basta avere un portafoglio ampiamente diversificato per potere controllare il rischio. Per di più, per l’ampiezza delle oscillazioni, il rischio che comporta questo tipo di investimento assomiglia più a quello di un portafoglio azionario (specie per i titoli Tier 1) che a quello di un portafoglio di obbligazioni corporate.

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29 ottobre 2015 4 29 /10 /ottobre /2015 19:14
Sarà impossibile clonare e utilizzare a scopo fraudolento e nuove carte di credito.

Sarà impossibile clonare e utilizzare a scopo fraudolento e nuove carte di credito.

La paura del furto di identità e i crimini bancari cibernetici hanno portato ad una ricerca spasmodica per cercare nel corpo umano dei caratteri non riproducibili. Si è pensato a sistemi che riconoscano le vene, i volti, l'iride, il tono della voce e perfino le lacrime dell'uomo, per arrivare a stabilire i canoni di una unica identità globale rintracciabile con un solo clic standardizzato e centralizzato che darà accesso ad una matrice consumer, Internet e bancaria unica.

Un passo in questo senso è l'evoluzione di un ID biometrico voluto dalla MasterCard che insieme alla compagnia norvegese Zwipe introdurrà le prime CARTE DI CREDITO completamente biometriche, che al posto del PIN avranno un sensore di verifica a fingerprint.

Lo scorso 26 settembre 2014 la MasterCard e la norvegese Zwipe hanno annunciato il lancio di una carta di pagamento contactless, con un sensore di impronte digitali integrato. Possiamo dire addio al PIN.

PC Mag ha verificato la semplicità della procedura di questa carta: basta tenere il pollice premuto sull'ID per le impronte digitali sulla carta di credito e passarla sopra un punto di pagamento contactless. Quando la transazione è terminata, la macchinetta emette un segnale acustico. Questa carta di credito dovrebbe arrivare il prossimo anno.

“È nostra convinzione che dovremmo essere in grado di essere identificati senza dover usare password o codici PIN. L'autenticazione biometrica può aiutarci a farlo”-Lo ha dichiarato Ajay Bhalla, presidente dell'Ufficio di Sicurezza aziendale della MasterCard. Bhalla non è estraneo alla tecnologia contactless e sa bene cosa potrebbe significare per la MasterCard. Ha seguito la sperimentazione della tecnologia contactless PayPass di MasterCard in 14 mercati asiatici e ha consolidato diverse partnership, una delle quali ha permesso ai viaggiatori di pagare con una contactless MasterCard i servizi di trasporto pubblico a Singapore. Il mese scorso, parlando sul futuro dei pagamenti biometrici, ha detto che “l'idea di andare a comprare il latte, o girare per un negozio e usare il pollice per effettuare un acquisto suona come qualcosa di futuristico, ma la tecnologia lo permetterebbe già da un po' di tempo, abbiamo già avuto un grande successo in Africa, con i progetti di inclusione finanziaria che utilizzano la biometria per identificare i milioni di titolari delle carte”.

Tornando al lancio di venerdì scorso è interessante notare chela tecnologia delle carte permette che i dati dell'impronta digitale del titolare venga memorizzata direttamente nella carta di credito, non su un database esterno, e non serve più inserire nessun PIN. e poi questa carta funziona senza batterie, l'energia che serve a farla funzionare arriva direttamente dai terminali di pagamento. L'attivazione avviene attraverso una semplice scansione delle impronte digitali e la carta di credito può essere utilizzata in tutti i punti di pagamento contactless, senza nessun limite di valore.

Zwipe offre la sicurezza di una autenticazione biometrica con una tecnologia che conosce i dati biometrici del cardholder, contenuta in un elemento certificato EMV in base alla domanda alla MasterCard contactless. EMV è un circuito integrato di carte di credito globale standardizzato (significa Europay, MasterCard and Visa) che include oltre alle carte di credito i terminali POS e ATM. L'equipe di ingegneri della Zwipe ha creato quello che descrivono come un algoritmo efficiente e sicuro dell'impronta digitale.

Nel commentare l'annuncio del lancio, Chris Merriman dell'Inquirer ha detto:

“il vantaggio di questo nuovo processo è chiaro: a meno che non ci sia un ladro che possa appropriarsi del tuo dito, nessuno riuscirà a usare la tua carta. E se egli rubasse il tuo dito, poi dovrebbe spiegare al cassiere perché per pagarsi un caffè o un giornale si porta appresso quel mezzo dito”.

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25 maggio 2015 1 25 /05 /maggio /2015 09:13

Ecco il decreto sui Rimborsi per sanare le malefatte della legge Fornero!
Il presidente del Consiglio ha Annunciato i Meccanismi di Rimborso per i pensionati Che Hanno subito il Blocco dell'indicizzazione degli assegni al Costo della vita, giudicato poi incostituzionale Dalla Consulta. Ecco le Cifre dell'Annunziata dal premier: Il Valore dei Rimborsi una tantum e Quello degli adeguamenti annui Che partiranno dal 2016 e Saranno quindi Permanenti. Vieni mostra la tabella elaborata da ll'Ufficio Studi della Cgia di Mestre, in tasca ai pensionati Interessati dal Blocco Andrà Molto Meno di Quanto sarebbe spettato Applicando integralmente il diritto al Rimborso. Nella fascia bassa Più citata dal premier, Quella delle PENSIONI lorde da 1,700 € al mese, la Perdita Cumulata dei Periodi di Blocco (TRA fermata Agli adeguamenti nel 2012-2013 ed Effetto trascinamento Sugli successivi anni) ammonta a € 2,970. Se si conside il Rimborso Previsto (750 euro), restano esclusi Dalla restituzione Oltre € 2,200. Il divario Aumenta un circa 3,500 € per Gli assegni lordi da 2,700 € al mese. D'altra parte, l'intento del Governo e Stato proprio minimizzare l'Impatto sui conti (verranno spesi 2,18 miliardi Contro i 18 miliardi massimi ipotizzati); resta da vedere se la Consulta riterrà SUFFICIENTE This Rimborso - e la SUA progressività - un modificare Il Giudizio di incostituzionalità sulla misura voluta a Suo tempo dal Governo Monti.


PENSIONI: GLI Importi CHE verrano RIMBORSATI
PENSIONE LORDA PERDITA 2012-2015 UNA TANTUM Adeguamento indicizzazione DAL 2016
1.700 EURO 2,970 € 750 € 180 €
2.200 EURO 3,284 € 450 € 99 €
2.700 EURO 3,735 € 278 € 60 €
3.200 € 4,180 EURO zero zero
NOTA BENE: Perdita Periodo 2012 - 2015 ammontare

complessivo di Quanto Ricevuto in Meno Dai pensionati nel Periodo 2012 e 2015, causa della mancata rivalutazione delle PENSIONI nel Periodo 2012 e 2013 e dell'effetto trascinamento che sì E Verificato nel 2014 e il 2015.

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14 novembre 2014 5 14 /11 /novembre /2014 12:13

Sempre più spesso si parla della possibilità od opportunità di una monetazione funzionale, ossia che lo Stato si metta a creare direttamente, o a far creare dalla banca centrale di emissione (assumendone il governo) tutto il denaro necessario a fare gli investimenti pubblici diretti che producano/inducano occupazione, domanda interna, adeguamento infrastrutturale, innovazione scientifico-tecnologica, assicurando al contempo l'impossibilità del default – cioè per fare quelle cose che appaiono indispensabili per uscire dall'attuale recessione-deflazione, dopo il fallimento ormai visibile delle ricette dell'austerità e del quantitative easing.
Quando si parla di questa possibilità od opportunità di ricorrere all'uso funzionale della creazione monetaria, vengono sollevate obiezioni aventi il seguente concetto-base: "Non si può immettere moneta a piacimento nell'economia, perché ci deve essere un rapporto tra quantità di moneta e quantità di beni, altrimenti la moneta si svaluta e/o si generano bolle speculative mobiliari e/o immobiliari, e si è visto che ciò effettivamente accade."
Alcune repliche sono ovvie e le ho già più volte formulate:

1) Se la moneta aggiuntiva viene usata per aumentare la produzione, quindi l'offerta, di beni e servizi, allora non vi sarà, di principio, inflazione monetaria, ossia aumento generalizzato dei prezzi di beni e servizi, mentre vi sarà un aumento della ricchezza prodotta e del reddito oltreché dell'occupazione; certo bisogna spenderla bene, e una classe dirigente avida e idiota, come tale selezionata, non lo può fare.

2) Se la moneta aggiuntiva viene usata per comperare titoli finanziari e immobili, allora vi sarà una salita dei valori delle borse e degli immobili, e questo fa piacere a tutti gli investitori mobiliari e immobiliari.

3) Se anche, come conseguenza dell'immissione monetaria, vi fosse, magari solo inizialmente, una certa inflazione, questa aiuterebbe i debitori (cioè gli Stati, molte imprese, molti privati...) e danneggerebbe i creditori non indicizzati all'inflazione, mentre stimolerebbe le spese che oggi vengono differite perché si prevede un calo o una costanza dei prezzi, il che alimenta la deflazione; quindi complessivamente, dopo la presente deflazione, una certa inflazione o reflazione sarebbe benefica.
Qui vorrei aggiungere, circa il rapporto tra offerta di moneta e quantità di beni disponibili: Bisogna distinguere tra generi di beni, tra due settori dell'economia. Il grosso dell’offerta monetaria è assorbito, oggi, dal settore finanziario-speculativo, ossia da “prodotti” finanziari non aventi correlato reale (cioè senza rapporto con la fruizione da parte degli umani) e producibili a go go, senza limiti o costi effettivi, se non il limite posto dalla saturazione del mercato, cioè dalla abilità di collocarli, di rifilarli o sbolognarli ai clienti ingenui allorquando si presenta una bolla che sta per scoppiare. Se questo settore dell'economia col suo genere di “beni” assorbe, come assorbe, il grosso dell’offerta monetaria, lasciando a secco della fisiologica liquidità il mercato dei beni-servizi reali e degli investimenti per produrli, si ottiene la paradossale situazione che noi oggi viviamo, connotata, da un lato, da un’esorbitante creazione-offerta di moneta, che le banche centrali creano e mettono a disposizione, in quantità enormi, non dell'economia reale ma delle banche universali per le loro speculazioni finanziarie, improduttive anzi distruttive; e, dall’altro lato, da una carestia di moneta nell’economia reale, cui le medesime banche (in Italia) fanno sempre meno credito, con conseguente declino-insufficienza di domanda solvibile e di possibilità di investimento e occupazione - onde la deflazione.
In altre parole: l'offerta di moneta non si può dire che sia eccessiva o insufficiente, perché essa è eccessiva per il settore finanziario, a cui viene continuamente alimentata; mentre è gravemente insufficiente per quello reale, a cui viene continuamente ridotta. Quindi quando si parla di rapporto tra offerta monetaria (liquidità disponibile) e quantità di beni disponibili, bisogna introdurre la predetta distinzione dei due settori. E bisognerebbe al contempo introdurre il tema dell'opportunità non solo di separare le banche di credito e risparmio da quelle speculative, bensì anche di fare in modo che la liquidità del settore produttivo, dell'economia reale (quello da cui dipendono gli stipendi, il cibo, i servizi etc.), sia assicurata e protetta dalle interferenze e distrazioni del settore finanziario, molto più grosso e turbolento.
L'anemizzazione monetaria dell'economia reale, soprattutto in Italia, è oggi aggravata da ulteriori fattori strutturali, quali a) le rimesse verso l'estero degli emigrati; b) la preferenza dei detentori di liquidità per la tesaurizzazione e gli investimenti monetari o finanziari magari all'estero; c) i trasferimenti al finanziamento del Meccanismo Europeo di Stabilità di denaro tolto al Paese mediante le tasse; d) la realizzazione forzata di avanzi primari del bilancio pubblico e il pagamento di alti interessi a detentori esteri di titoli del debito pubblico.
In una situazione di recessione interna e fuga verso l'estero di imprenditori, lavoratori qualificati e capitali, che cosa potrebbe essere più demenziale che imporre tasse al Paese per sostenere il debito pubblico di paesi in crisi (Spagna, Grecia...) al fine di puntellare una valuta, l'Euro, che ostacola le esportazioni e induce la deindustrializzazione del Paese? Eppure gli italiani hanno dato fiducia persino a chi ha fatto questo.
Si aggiunga, infine, a questo museo degli orrori dell'imbecillità politica, o dell'alto tradimento istituzionale – se preferite – il fatto che la deprivazione-anemizzazione monetaria del paese, di cui sopra, fa sì che gli assets produttivi migliori – industria, commercio, finanza, alberghi, terreni agricoli pregiati – si deprezzino e vengano massicciamente comperati da soggetti-capitali finanziari stranieri, e che quindi il reddito generato da questi assets esca dal reddito nazionale italiano divenendo reddito dei paesi che li comperano. Quindi magari il prodotto interno lordo, per effetto di questa campagna di acquisti (investimenti esteri), non cambia oppure aumenta, ma il reddito nazionale cala sensibilmente, cioè la nazione si impoverisce, anche se dal pil ciò non appare. Dal che si capisce che il pil è un indicatore molto parziale, quindi inidoneo per valutare l'andamento dell'economia.
Se pensiamo che la anemia, la auto-privazione monetaria che produce tutti questi mali, è semplicemente la auto-privazione di qualcosa, della moneta cioè, che è solo un simbolo e non ha costi o limiti di produzione intrinseci, il quadro dell'idiozia totale è perfetto. Non resta che ringraziare i nostri governanti nazionali ed europei e le nostre banche centrali, e lusingarci per tutti i consensi, i voti, le tasse e gli onori, che continuiamo tributare loro.

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23 luglio 2014 3 23 /07 /luglio /2014 12:32

Nessuno ne parla; nessun media a livello mondiale parla della bolla dei derivati. La bolla dei derivati sta crescendo e prima o poi esploderà. Secondo gli ultimi dati pubblicati da BIS, al 31 dicembre 2013 il valore nominale di tutti i contratti derivati del mondo ammontava a 710.182 miliardi di dollari, in aumento del 12% rispetto al dicembre anteriore. Il dato del 31 dicembre rappresenta il massimo storico, ossia il valore più alto mai raggiunto dai contratti derivati.

Il PIL di tutti i paesi del mondo al 31 dicembre del 2013, secondo gli ultimi dati pubblicati dalFMI, era pari a 73.982 miliardi di dollari. L’ammontare dei derivati è quindi circa dieci volte il valore del PIL mondiale.

Quindici anni prima, al 31 dicembre 1998, l’ammontare nominale di tutti i contratti derivati era 80.317 miliardi di dollari ed il PIL del mondo era 30.561 miliardi di dollari, pertanto i derivati erano 2,63 volte il valore del PIL mondiale. In questi ultimi quindici anni, mentre il PIL mondiale è cresciuto del 142%, con un tasso di crescita medio annuo del 9%, i derivati sono cresciuti del 784%, con un tasso di crescita medio annuo del 52%.

I derivati oggi rappresentano 9,6 volte il valore del PIL mondiale, comuqnue inferiore al valore del 2007, quando equivalevano a 10,56 volte il valore del PIL mondiale. Perchè i derivati crescono? I derivati crescono quando diminuisce il tasso di guadagno nel settore produttivo; il capitale alla ricerca di maggiori tassi di guadagni finisce per essere investito nella speculazione. I derivati sono la principale espressione della speculazione.

La situazione dei derivati è particolarmente drammatica negli Stati Uniti. Le banche commerciali USA, secondo le cifre ufficiali del Governo USA, sono esposte ai derivati, ossia a titoli spazzatura, per un valore complessivo di 237.023 miliardi di dollari. Le banche USA più esposte sono quattro: Jp Morgan, Citibank, Goldman Sachs e Bank of América. Queste quattro banche hanno titoli derivati pari a 219.798 miliardi di dollari, ossia quasi un terzo di tutti i contratti derivati esistenti nel mondo. Il patrimonio (Asset) di queste quattro banche al 31 dicembre 2013 ammontava a 4.831 miliardi di dollari, più del doppio del PIL italiano del 2013, che è stato pari a 2.071,96 miliardi di dollari; i contratti in derivati posseduti da queste quattro banche sempre al 31 dicembre del 2013 ammontavano a 219.798 miliardi di dollari, ossia 45 volte il valore del loro patrimonio!

Se con la crisi del 2008 queste banche sono state salvate con un intervento massiccio di denaro pubblico da parte del Governo USA perchè troppo grandi per fallire, oggi che sono ancora più grandi e molto più esposte al rischio, per non fallire avrebbero bisogno di una quantità di denaro pubblico ancora più grande. Oggi, però la situazione non è la stessa del 2008 ed in caso di una grave crisi non ci sarebbe la possibilità di un ulteriore massivo intervento pubblico.

Quando la bolla dei derivati esploderà non una, ma molte delle principali banche statunitensi saranno esposte al rischio fallimento. Il fallimento di più di una di queste grandi banche avrà ripercussioni a livello mondiale.

Il mondo e particolarmente l’occidente, con USA ed Europa in testa, sono alla vigilia di una grande crisi economica che può esplodere da un momento all’altro.

Se un terzo di tutti i contratti in derivati del mondo è detenuto da 4 banche USA significa che i tassi di guadagno stanno scendendo negli USA e quindi a rifugiarsi nella speculazione è proprio il capitale USA. L’analisi dell’andamento dei profitti delle imprese USA ci può indicare la tendenza per il futuro.

Nel 2013 il profitto lordo delle imprese statunitensi è stato 2.102,1 miliardi di dollari, con un dividendo netto pari a 902 miliardi. Secondo i dati del I Trimestre, recentemente pubblicati dal BEA, si stima che il profitto loro per il 2014 sarà di 1.975,4 miliardi, quindi in diminuzione di ben 198,3 miliardi rispetto all’anno anteriore; anche le stime riguardanti i dividendi netti per l’anno in corso sono in diminuzione: 861,7 miliardi, quindi 87,1 miliardi meno rispetto all’anno anteriore.

Cadono i profitti delle imprese e dunque il capitale USA da un lato continuerà a rifugiarsi in mercati e paesi che garantiscono maggiori tassi di guadagno, dall’altro lato tenderà maggiormente a rifugiarsi nella speculazione e per conseguenza l’aumento dei titoli derivati.

Stiamo in pratica assistendo al tracollo degli Stati Uniti che da prima potenza economica nel giro di pochi lustri saranno superati da Cina, India ed altri paesi emergenti; probabilmente, come scriviamo da circa un decenio, gli USA cesseranno anche di esistere come stato unitario e si frantumeranno in vari stati, uno dei quali, la parte orientale (New York) è destinata ad unirsi economicamente e políticamente con una parte degli attuali stati che conformano l’Unione Europea.

La Federal Reserve aveva annunciato di terminare con la stampa dei dollari e l’acquisto di titoli tossici, ma in realtà non potrà  tirarsi indietro, soprattutto adesso che sta per esplodere la bolla dei derivati, per cui continuerà a stampare dollari. Insomma la situazione è talmente critica che è solo questione di tempo. Da un lato la bolla dei derivati e la continua immissione di dollari nel mercato (la stampa di dollari attraverso l’operazione chiamata “Alleggerimento quantitativo” o Quantitative easing o QE) e dall’altro lato l’abbandono del dollaro da parte di molti paesi per le transazioni internazionali, cosa che comporterà in un futuro ormai prossimo anche la riduzione delle riserve internazionali in dollari.

L’alleggerimento quantitativo è una delle modalità con cui una banca centrale crea moneta e la immette nel sistema finanziario ed economico. Una banca centrale, in questo caso la Federal Reserve, la Banca centrale degli USA ha deciso di acquistare attività finanziarie dalle banche del sistema (azioni o titoli, anche tossici). In sostanza stampa i dollari e li trasferisce alle banche, definite troppo grandi per poter fallire.

Il dollaro è anche la principale moneta delle riserve internazionali di tutti i paesi del mondo. Il giorno in cui cesserà di esserlo, tutti gli stati venderanno i dollari in loro possesso ed acquisteranno la nuova moneta o le nuove monete utilizzate per gli intercambi comemrciali. Queste due situazioni (stampa senza freni dei dollari e l’abbandono del dollaro come moneta di reserva internazionale) determineranno il tracollo del valore del dollaro e per conseguenza il tracollo economico degli Stati Uniti.

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10 luglio 2013 3 10 /07 /luglio /2013 17:46

Da uno studio condotto dal prestigioso istituto francese di analisi Xerfi emerge un dirompente rovesciamento delle condizioni economiche interne all’Eurozona, del tutto sufficiente ad imprimere una brusca accelerata al processo di disintegrazione dell’euro. Il dato cruciale messo in risalto all’interno del documento è infatti rappresentato dall’impressionante cambio di paradigma varato dalla Germania, che nell’arco di appena 12 mesi è riuscita a rivoltare in maniera radicale il proprio export. Nel primo semestre del 2013, il 65% circa delle esportazioni tedesche veniva assorbito dai Paesi membri dell’Unione Europea, di cui il 36% dalle nazioni che aderiscono all’Eurozona, mentre ad appena un anno di distanza il 74% circa dell’export tedesco veniva realizzato al di fuori dei confini europei. L’incremento delle esportazioni tedesche all’esterno del “vecchio continente” è stato pari a 70 miliardi di euro (su 131 miliardi dal 2007), a fronte di una contrazione di 77 miliardi all’interno dell’Unione Europea. Il che è naturalmente dovuto alla caduta della domanda interna in tutti i Paesi dell’Eurozona, imputabile alle sostanziali terapie d’urto imposte dalla cosiddetta “troijka” dietro il pungolo di Berlino.

 

Saldo commerciale tedesco

 

Va tuttavia sottolineato il fatto che la “fetta” di esportazioni tedesche all’interno dell’Unione Europea sia rimasta inalterata al 22% per oltre dieci anni, mentre le quote francese, britannica e italiana sono costantemente diminuite a fronte dell’avanzata dei Paesi dell’Europa orientale e delle nazioni gravitanti attorno all’orbita tedesca (come l’Olanda).

 

Ripartizione delle esportazioni

 

In compenso, la Germania ha aumentato il volume delle importazioni dai Paesi membri dell’Unione Europea (79 miliardi di euro), per effetto della netta divaricazione tra la sua crescita e la recessione che attanaglia tutti gli altri Stati concorrenti.

 

Import-export tedesco

 

Il che significa che la Germania ha orientato l’intera costruzione politico-economica europea al completo servizio delle proprie necessità, mentre gli altri Paesi hanno subito una progressiva marginalizzazione che li ha di fatto trasformati in fornitori a basso prezzo (per via della compressione salariale legata alle misure d’austerità) della componentistica e di merci dallo scarso o nullo valore aggiunto per conto della potenza industriale dominante. L’arretramento costante di Francia, Gran Bretagna e Italia – chiaramente testimoniato dal crollo del mercato intra-UE (rispettivamente dal 13 al 9%, dal 10 al 6% e dal 9 al 7%) –, strettamente connesso alle rigidità e alla “forza” della moneta unica, ha generato un forte malcontento in seno alle popolazioni, favorendo l’avanzamento di movimenti euro-scettici e dichiaratamente ostili al consolidamento della costruzione (come il “Movimento 5 Stelle” o l’“United Kingdom Indipendence Party”).

Ma anche all’interno della stessa Germania sono sorti malumori – dimostrati, tra le altre cose, dal discreto successo ottenuto dai “Piraten” –, causati dal massiccio trasferimento di ricchezza nazionale verso i Paesi europei più in difficoltà, che in caso di consolidamento dell’Unione Europea (incomprensibilmente – o forse no – ambito da quasi tutti i governi europei) vincolerebbe Berlino a versare annualmente una cifra quantificabile in circa 80 miliardi di euro (pari al 3% circa del Prodotto Interno Lordo tedesco). La stessa Cancelliera Merkel, che sarà imminentemente chiamata ad affrontare le elezioni politiche, deve aver seriamente valutato – a differenza dei “politicanti” francesi, britannici, italiani e spagnoli – i pro e i contro che comporterebbe la concretizzazione di questa prospettiva. Non a caso, ha lanciato segnali piuttosto ambigui in proposito, ostentando una certa freddezza (assolutamente senza precedenti per un per tale personaggio) per quanto concerne la tenuta dell’Eurozona. Con l’uscita dall’euro, si sbloccherebbero immediatamente i meccanismi di rivalutazione che conferirebbero al marco un valore assai notevole, che penalizzerebbe pesantemente l’export tedesco. Lo stesso Ministero delle Finanze tedesco ha condotto uno studio, prontamente pubblicato dal noto settimanale “Der Spiegel”, all’interno del quale si sostiene che l’implosione della moneta unica europea comporterebbe una caduta del Prodotto Interno Lordo tedesco pari al 9,2% e un aumento della disoccupazione prossimo al 10%, portando la massa dei senza lavoro oltre la soglia dei 5 milioni di persone.

D’altro canto, va tuttavia evidenziato il fatto che Berlino non sarebbe più costretta ad attingere ai propri surplus commerciali per coprire i deficit degli altri Stati (come ha regolarmente fatto finora) e che, collocandosi in questa posizione, la Germania risparmierebbe quegli 80 miliardi di euro annuali di versamenti in favore dei Paesi deboli previsti dal sistema di “solidarietà europea” (!). È per questo che la politica deflazionistica (tutta incentrata sulla compressione salariale) imposta ai Paesi meno solidi (di cui la Germania si è servita per rifornirsi) è stata sinora il compromesso che comportava meno svantaggi per Berlino, e che ha contribuito in maniera cruciale ad aggravare la recessione in tutta l’Europa mediterranea, distruggendo imprese ed eliminando migliaia di posti di lavoro.

  

La Germania sarà dunque chiamata a decidere se mantenere lo stutus quo aderendo al progetto di consolidamento della struttura poltico-economica vigente o abbandonare l’Eurozona, dedicandosi all’intensificazione dei propri rapporti (già solidissimi) con i Paesi dell’Est, come Russia e Cina. Il futuro del “vecchio continente” dipende in gran parte da questa scelta.

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10 luglio 2013 3 10 /07 /luglio /2013 10:47

La zona euro è piena di paesi colpiti in questi giorni, e questa “isteria” di solito porta l’idea che il modo migliore di questi paesi sarebbe quella di lasciare il blocco della moneta unica.

La grande paura è che per reintrodurre una moneta nazionale, un paese dovrebbe ridenominare forzatamente attività e passività. Per le imprese, le famiglie e gli investitori, l’incertezza circa se i loro euro alla fine saranno confiscati e sostituiti con una moneta nazionale degradata potrebbe portare alla fuga di capitali, il caos economico e anni di contenzioso, se non peggio.

Ma c’è un’alternativa alla ridenominazione forzata. La Grecia o qualsiasi altro paese della zona euro potrebbe facilmente reintrodurre una moneta nazionale, senza generare il tipo di calamità finanziaria ed economica immaginato finora fornito ha ottenuto la meccanica giuste.

The key is to fix the initial amount of new currency to be issued while allowing the market to set the price at which the exchange takes place. In this scenario, the central bank would announce that it is willing to purchase euros from domestic banks, the Greek public and anyone else, using newly issued drachmas as payment. All such transactions would take place during a specified transition period and be entirely voluntary. This would not be an exercise in confiscation.

La chiave è quella di fissare l’importo iniziale della nuova moneta da emettere, consentendo al mercato di fissare il prezzo a cui avviene lo scambio. In questo scenario, la banca centrale annuncia che è disposta ad acquistare euro dalle banche nazionali, il pubblico greco e chiunque altro, utilizzando dracme di nuova emissione come pagamento. Tutte queste operazioni si svolgeranno nel corso di un periodo di transizione specificato ed sarà del tutto volontario. Questo non sarebbe un esercizio di confisca.

Dopo il periodo di transizione, il governo greco dovrebbe trattare solo in dracme nelle sue transazioni finanziarie, giorno per giorno. Nessuno sarebbe costretto a tenere dracme, ma coloro che desiderano negoziare con il governo avrebbe bisogno di dracme per farlo.

All’inizio del periodo di transazione, la banca centrale dovrebbe annunciare il tasso iniziale a cui ha offerto di scambiare dracme per euro, ma non farebbe esplicitamente alcuna promessa di ciò che il tasso sarà in futuro. Il tasso iniziale sarebbe del tutto arbitrario, come del resto sarebbe il nome della nuova moneta.

Ma supponiamo che abbiano mantenuto lo stesso nome e hanno optato per, diciamo, 360 dracme per euro. Questo è vicino al tasso al quale la Grecia ha adottato l’euro e, insieme con il vecchio nome, darebbe alla nuova moneta una sensazione familiare. In termini economici, tuttavia, il tasso iniziale è in gran parte irrilevante.

La banca centrale dovrebbe anche fare la promessa di rilasciare una quantità precisa di dracme nel corso del periodo di transizione. Tale importo nel nostro esempio sarebbe 360 ​​volte la stima della banca centrale della quantità totale di euro di liquidità dei residenti greci e, vale a dire, più o meno la quantità di moneta in circolazione in Grecia.

La banca centrale dovrebbe anche fissare la durata del periodo di transizione. Se per esempio fosse fissato in tre anni, o 36 mesi, quindi la banca centrale annuncia che le vendite mensili di dracme per euro sarebbero almeno 1/36esimo dell’importo totale deve essere rilasciato durante la transizione. Il tasso mensile potrebbe alla fine essere più alto se la domanda è abbastanza forte, cioè, se la gente rapidamente guadagnasse la fiducia nella nuova moneta.

Il prezzo offerto per l’euro potrebbe essere regolato su base quotidiana per generare vendite di euro, verso la Banca centrale, della grandezza desiderata. Le vendite del primo giorno possono anche essere pari a zero. Ma, come il prezzo di acquisto offerto aumenta gradualmente, alcune persone sarebbero disposte fare delle “scommesse”. Alla fine sarà stabilito un prezzo al quale vi sia stata una significativa domanda delle nuove dracme. Le persone assumeranno il rischio che il prezzo dell’euro aumenterà nel futuro, cioè, che la nuova dracma possa deprezzarsi.

D’altra parte, ci sarebbe anche la possibilità che la dracma si apprezzerà, nel caso in cui il fallimento della vendita del proprio stock di euro comporterà un mancato guadagno di capitale speculativo. Ci sono sempre persone disposte a prendere tali rischi per il giusto prezzo.

Una volta che tale prezzo sarà stato trovato, il flusso di dracme per il grande pubblico e per le banche, grosso modo corrisponderebbe al volume minimo previsto. Come la gente comincerà a rendersi conto che le altre persone e le istituzioni finanziarie sono disposte a correre il rischio di acquistare questo nuovo asset – il cui valore futuro finanziario potrebbe solo essere immaginato – sempre più persone sarebbero disposte a correrne il rischio. Ci potrebbe essere una domanda talmente forte che il prezzo offerto per l’acquisto di euro potrebbe alla fine essere ridotto.

Non importerebbe dove il tasso di cambio alla fine si troverà. La banca centrale prende sempre qualcosa (euro) in cambio di niente (pezzi di carta o di metallo che trasportano l’etichetta “dracma”). Questo è noto come “signoraggio”.

Una volta che ci saranno dracme sufficienti in circolazione, un mercato per lo scambio di dracme per euro si svilupperà insieme e alla fine prenderà il sopravvento.A quel punto la Grecia sarebbe in grado di avere una politica monetaria indipendente di nuovo, in meglio o in peggio.

Tornando alla dracma, essa non curerà tutte le disgrazie della Grecia. Le conseguenze di anni di politica fiscale irresponsabile, cattive politiche microeconomiche e inadeguata supervisione delle banche commerciali non possono essere risolti semplicemente reintroducendo una moneta nazionale.

Ma è importante capire che abbandonare l’euro non scatenerebbe l’inferno sulla Grecia. Una soluzione ordinata, basata sul mercato è disponibile se e quando sarà presa la decisione di premere il grilletto.

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3 giugno 2013 1 03 /06 /giugno /2013 09:04

 

 

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Il forex online è ormai uno dei canali più famosi mediante cui operare nei mercati finanziari, esso, oltre ad essere accessibile a tutti, è caratterizzato da un’ampia operatività, sia per varietà di strumenti finanziari (valute ecc.) che per varietà dei mercati in cui è possibile operare (asiatici, europei ecc.), nonchè da costi di ogni tipo decisamente contenuti. Tuttavia, nonostante queste caratteristiche che lo rendono particolarmente appetibile agli occhi degli investitori, sono molti a ritenere che quella del forex onlinrappresenti una truffa o presunta tale.

Ma quali sono i motivi che spingono alcuni investitori a pensarla così?

In generale molti ritengono che i mercati, almeno nell’arco di una singola giornata, siano pilotati dalle cosiddette “mani forti”, ossia quei grandi gruppi bancari, i fondi d’investimento, le SIM e quant’altro, capaci di movimentare con somme consistenti i valori di mercato, aldilà delle democratiche oscillazioni sempre presenti. Ciò è in effetti realizzabile soprattutto nelle ultime ore di contrattazione, laddove i volumi sono più ridotti ed è più facile spingere le quotazioni verso una direzione, anche a danno di alcuni risparmiatori. Inoltre in molti sostengono che alcune società addette alla valutazione dell’affidabilità dei titoli e all’indicazione del loro valore di mercato, si spingano ad effettuare delle valutazioni arbitrarie e prive di effettivi riscontri reali allo scopo di spingere un titolo verso una determinata quotazione per trarne un profitto.

Aldilà di questi aspetti di mercato, più nello specifico tanti pensano alla presunta truffa nel forex online in quanto i broker promettono grandi guadagni in poco tempo e con un capitale non molto elevato, ciò grazie all’opportunità di utilizzare la leva finanziaria, che consente di moltiplicare in maniera esponenziale il capitale di cui disporre con la conseguenza di avere l’opportunità di conseguire grandi guadagni, ma di contro anche l’eventualità di rimediare perdite più pesanti. Quest’ultimo non irrilevante aspetto in verità non viene esposto nelle pubblicità proposte, ma rientra nella logica degli investimenti per cui a più possibilità di guadagno corrisponde un maggior rischio.

Quindi chi dipinge il forex online come una “truffa” lo fa probabilmente perché ha subito gravi perdite, pensando invece di fare soldi facili, ma in realtà così non può essere in quanto le dinamiche dei mercati sono complesse. In generale si può dire che il forex è un’opportunità di guadagno, ma solo per chi lo approccia con consapevolezza dei rischi (quindi facendo un uso ponderato di strumenti come la leva finanziaria e non prendendo per buona qualsiasi tipo di proposta) e con aspettative realistiche di guadagno, nonché sulla base di studi accorti ed esperienza nel settore. Infatti, molti studi dimostrano come non sia l’eccessivo ricorso alla leva a permettere di conseguire guadagni, quanto la capacità di intercettare un trend positivo o negativo e agire di conseguenza, ossia tenendo conto della cosiddetta analisi tecnica che studia i movimenti grafici delle quotazioni.

Inoltre, a riprova della sua bontà, il mercato del forex dal 1970 in poi ha avuto sempre maggior peso e con l’avvento delle piattaforme online è giunto alla ribalta anche per tantissimi investitori privati. Ciò ha fatto si che i volumi di questo mercato siano più elevati rispetto a quelli di altri (stimati in circa 2.000 miliardi di dollari al giorno come scambi, con fonti autorevoli come il Financial Times che stima il numero in crescita nel futuro), rendendo così le quotazioni meno inclini ai movimenti dettati dalle prima citate “mani forti” della finanza.

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29 aprile 2013 1 29 /04 /aprile /2013 18:57

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Signoraggio: una truffa colossale nata e cresciuta grazie ad una giungla di ignoranza sistematica, censura accademica, disinformazione professionale, vuoti legislativi e cervelli sottovuoto. Dal 1694 fino alla pseudo costituzione europea passando per il Trattato di Maastricht tutto sembra regolato, in ordine, e la truffa continua. Ancora per poco se sulla Rete continueranno a circolare informazioni sul meccanismo di emissione della moneta pericolosissime per l’establishment. Nei giorni scorsi ha iniziato a girare con insistenza la voce che Bankitalia avrebbe le ore contate.

Possibile ? Approfondiamo e scopriamo che il potere di emettere moneta e riscuotere il signoraggio (in termini tecnici “servizio di tesoreria provinciale dello Stato”), in mano alla Banca d’Italia dal 1894, è affidato
alla SpA di via Nazionale solo fino al 31 dicembre 2010. Sgrano gli occhi: sogno o son desto ? La legge 104 del 28 marzo 1991 (che trovate in calce) conferma, è proprio così. Il conferimento della gestione del servizio, cioè il potere di battere moneta e riscotere il reddito da signoraggio, è rinnovato ogni 5 anni, e ora siamo vicinissimi alla scadenza per il quinquennio 2010-2015.

Abbiamo la possibilità di mandare a casa il Governatore. E’ venuto il momento di farsi sentire: siamo ormai migliaia in Italia ad essere consapevoli della questione, me lo confermano ogni giorno le telefonate e le mail che ricevo. Sull’onda di questo net-movimento è nato un comitato di associazioni di consumatori guidato dall’ADUSBEF che coordinerà un’azione legale contro Bankitalia SpA per ottenere il risarcimento dei proventi da signoraggio indebitamente appropriati. Sta addirittura nascendo un partito che ha come punto fondamentale del programma la distribuzione ai cittadini del signoraggio di cui si appropriano oggi i soci privati di Banca d’Italia SpA.

Non permetteremo che il Parlamento rinnovi l’appalto a Bankitalia SpA senza una pubblica discussione sul tema, senza una gara pubblica, senza la possibilità di presentare un concorrente che si proponga di svolgere ilmedesimo servizio senza però rubare il reddito da signoraggio alla popolazione italiana. Chiediamo che i proventi del signoraggio vengano restituiti al legittimo proprietario: il cittadino. Il passaggio del 2005 è un momento storico, un’occasione unica per portare all’attenzione di tutti gli italiani la truffa del signoraggio. Non ce la lasceremo sfuggire.

Per tutti questi motivi sta nascendo un nuovo sito che svolgerà la funzione di
coordinare coloro che si occupano della questione monetaria in Italia ed informare in modo semplice e chiaro sulla truffa chi ancora non ne sa nulla. Mettiamoci subito a lavoro. Lasciate un commento a quest’articolo e facciamo nascere da qui il ciclone che investirà via Nazionale.

“C’è una cosa più forte di tutti gli eserciti del mondo, ed è un’idea il cui tempo sia giunto” (Victor Hugo)


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16 gennaio 2013 3 16 /01 /gennaio /2013 10:57
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Un aglosassone fuori dal coro. Mentre Financial Times e Wall Street Journal, hanno fatto un endorsement per un Monti-Bis, Evans-Pritchard la pensa all’opposto, spiegando perché l’Italia dovrebbe applicare una terapia opposta a quella suicida di Monti.

In termini pro capite l’Italia è una nazione più ricca della Germania , con circa 9 trilioni (9mila miliardi) di ricchezza privata. Ha il più grande avanzo primario di bilancio del blocco G7. Il suo debito combinato pubblico e privato ammonta al 265% del PIL, inferiore a quello in Francia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti o Giappone.Per l’indice del Fondo monetario internazionale il punteggio dell’Italia è il migliore per “sostenibilità a lungo termine del debito” tra i principali paesi industrializzati, proprio perché, sotto Berlusconi, ha riformato per tempo la struttura del sistema pensionistico.
«Hanno un vivace settore delle esportazioni, e un avanzo primario. Se c’è un paese dell’eurozona che potrebbe trarre beneficio dall’abbandonare l’euro e ripristinare la competitività, è ovviamente l’Italia», ha detto Andrew Roberts di RBS.
«I numeri parlano da soli. Pensiamo che nel 2013, non si tratterà di sapere quali paesi saranno costretti a lasciare l’euro, ma chi sceglierà di andarsene».Uno studio basato sulla “teoria dei giochi” condotto da Bank of America ha concluso che l’Italia guadagnerebbe più di altri membri dell’UEM sganciandosi e ripristinando il controllo sovrano sulle sue leve politiche.

 

La sua posizione patrimoniale sull’estero è vicina all’equilibrio, in netto contrasto con la Spagna e Portogallo (entrambi in deficit per oltre 90% del PIL). L’avanzo primario implica che può lasciare l’eurozona in qualsiasi momento lo desideri senza dover affrontare una crisi di finanziamento.

Un tasso di risparmio elevato significa che qualsiasi shock del tasso di interesse dopo il ritorno alla lira sarebbe rifluirebbe nell’economia attraverso maggiori pagamenti a obbligazionisti italiani —spesso ci si dimentica che in l’Italia i tassi reali erano molto più bassi sotto la Banca d’Italia.

Roma possiede una serie di carte vincenti. Il grande ostacolo è il premier Mario Monti, installato a capo di una squadra di tecnocrati grazie al golpe del novembre del 2011 voluto dal cancelliere tedesco Angela Merkel e dalla Banca centrale europea —tra gli applausi dei media e della classe politica europea.

Monti potrebbe essere uno dei grandi gentlemen d’Europa, ma è anche un sommo sacerdote del progetto UE e, in Italia,  un promotore decisivo dell’adesione all’euro. Prima se ne va, prima l’Italia può fermare la diapositiva in depressione cronica.

I mercati sono, ovviamente, inorriditi che si dimetta una volta approvata la legge di  bilancio 2013, aprendo la porta al caos politico all’inizio del prossimo anno. I rendimenti sui 10 anni del debito italiano, lunedì sono cresciuti di 30 punti base. «L’armistizio è durato 13 mesi. Ora la guerra continua. Il mondo ci guarda con incredulità», ha scritto il Corriere della Sera.

Il rischio immediato per gli investitori obbligazionari sta nel Parlamento fratturato, con la possibilità “25%” della vittoria da parte delle forze euroscettiche, cioè Berlusconi, la Lega Nord e il comico Beppe Grillo, dato nei sondaggi vicino 18% . «Siamo condannati se non vi sarà chiara maggioranza in parlamento», ha detto il prof. Giuseppe Ragusa dell’università Luis Guido Carli di Roma.

Qualsiasi risultato del genere lascerebbe i mercati obbligazionari palesemente esposti come lo erano nel luglio scorso, durante l’ultimo spasimo della crisi del debito in Europa. Roma avrebbe ancora meno probabilità di richiedere un salvataggio e firmare un “Memorandum” rinunciando alla sovranità fiscale [precondizione prevista dal Fiscal compact affinché entri in azione la BCE per tenere a bada i rendimenti dei titoli italiani. Ndt].

Tutti quegli investitori che dopo la promessa di Mario Draghi che la Bce avrebbe fatto tutto il possibile per salvare l’eurozona si sono riesposti sul debito italiano (e quello spagnolo), potrebbero scoprire che Draghi non in grado di tenere fede alla sua promessa. Le sue mani sono legate dalla politica. I detentori dei titoli italiani non possono non essere preoccupati. Ma gli interessi della democrazia italiana e quelli creditori stranieri non sono più allineati. Le politiche deflazionistiche stile anni ’30 imposte da Berlino e Bruxelles hanno spinto il paese in un vortice greco. la Confindustria ha detto che la nazione è ridotta in macerie.

Gli ultimi dati confermano che la produzione industriale in Italia è in caduta libera, giù del 6.2% rispetto all’ottobre di un anno prima. «Abbiamo visto, negli ultimi 12 mesi, un crollo completo del settore privato», ha detto Dario Perkins, del Lombard Street Research. «La fiducia delle imprese è tornata ai livelli dei momenti più bui della crisi finanziaria. La fiducia dei consumatori è la più bassa di sempre. Berlusconi ha ragione a dire che l’austerità è stata un completo disastro».

I consumi sono è scesi del 4.8% anche a causa della stretta fiscale. «Questi numeri non hanno precedenti. Il rischio per il 2013 è che la caduta sarà ancora peggiore», ha detto il presidente di Confcommercio.

Le origini di questa crisi risalgono a metà degli anni ’90, quando il marco e la lira sono stati inchiodati per sempre ad un tasso di cambio fisso. L’ Italia aveva la Scala mobile salariale ed era abituata all’inflazione.  Le vecchie abitudini sono dure a morire.
L’Italia ha così perduto progressivamante dal  30% al 40% di competitività del lavoro rispetto alla Germania. Il surplus commerciale storico con la Germania è diventato un grande deficit strutturale.

Il danno ormai è fatto. Non è possibile riportare indietro le lancette dell’orologio. Eppure, questo è esattamente ciò che le élite politiche dell’Ue stanno cercando di fare con l’austerità e la drastica “svalutazione interna”.
Tale politica può funzionare in una piccola economia aperta come quella irlandese, con alti ingranaggi commerciali. In Italia significa replicare l’esperienza della Gran Bretagna dopo che Winston Churchill fece tornare la sterlina all’ancoraggio all’oro tornando così al tasso sopravvalutato del 1925. Come Keynes disse acidamente, i salari sono condannati a scendere. Gl inglesi pagarono con gli stenti i cinque anni successivi. L’effetto principale di questa politica è quello di portare alle stelle il tasso di disoccupazione. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia è 36.5% e va aumentando.

Il commissario Monti, con la stretta fiscale, si è mangiato quest’anno di 3.2% del Pil,  tre volte la dose terapeutica. Non vi è alcuna ragione economica per farlo. L’Italia ha avuto un budgetvicino al saldo primario nel corso degli ultimi sei anni. È stato, sotto Berlusconi, un raro esempio di rettitudine.

L’avanzo primario raggiungerà 3.6% del PIL quest’anno e 4.9% l’anno prossimo. Non si potrebbe essere più virtuosi. Eppure il dolore è stato più dannoso che inutile. L’inasprimento fiscale stesso ha spinto debito pubblico in Italia da un equilibrio stabile in  zona di pericolo. Il FMI dice che il debito sta crescendo molto più velocemente di prima, saltando da 120% dello scorso anno a 126% di quest’anno per salire al128% nel 2013.

L’economia ha subito una contrazione per cinque trimestri consecutivi. Citigroup dice che questa non si riprenderà fino al 2017. Sarebbe straordinario se gli elettori italiani tollerassero questa debacle per lungo tempo, nonostante Pier Luigi Bersani vincerà le elezioni con un centro-sinistra pro-euro. I dati dell’indagine del Trust PEW mostrano che solo il 30% ora pensano che l’euro è stato un “buona cosa”.

Il coro in favore dell’uscita dell’eurozona è stato silenziato dopo la promessa di salvezza di Draghi. Cinque mesi dopo, è chiaro che la crisi è più profonda è ancora purulenta. Le voci sono di nuovo sempre più forti.

Berlusconi gioca maliziosamente con il tema, un giorno accenna alla sua “pazza idea” di autorizzare la Banca d’Italia a stampare euro con aria di sfida, il successivo dicendo “non è una bestemmia dire di lasciare l’euro”.

Il suo linguaggio ha avuto toni più duri questa settimana. «L’Italia è sull’orlo del baratro. Non posso permettere che il mio paese si immerga in una spirale senza fine recessione.
“Oggi la situazione è molto peggio di un anno fa, quando ho lasciato il governo. Abbiamo  milioni di disoccupati, il debito è in aumento, le imprese stanno chiudendo, le aziende stanno crollando, e il mercato delle auto è distrutto. Non possiamo continuare ad andare avanti in questo modo. ”
Infatti non si p

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