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20 agosto 2014 3 20 /08 /agosto /2014 17:40

[Il presidente dell'Anac, 

La scarsa capacità di crescita dell’economia italiana è al centro del dibattito politico e all’attenzione degli organismi di regolazione internazionale, viste le sue implicazioni per la sostenibilità del debito pubblico.


 

 

 

 

Ci sono varie cause dietro il basso potenziale di crescita italiano, molte delle quali riconducibili all’obsolescenza di ampi strati del tessuto produttivo e infrastrutturale, alla carenza di investimenti in istruzione&ricerca e nello sviluppo di nuovi prodotti. Tuttavia, un altro forte ostacolo alla crescita dell’attività economica viene dalla scarsa efficacia degli organismi decisionali, sia pubblici sia privati, dalla quale origina un livello di corruzione - attuale e percepita - con pochi paragoni nell’ambito del mondo occidentale.

 

 

Il modello di valutazione sistematico (Country Insights Scores) di Roubini Global Economics permette di fare una comparazione (su una scala da 0 a 10) dell’impatto economico della corruzione e dell’inefficienza dei processi decisionali, dando pertanto un’idea del valore economico che deriverebbe dalla risoluzione di queste due autentiche piaghe (Tabella 1).

 

Tabella 1: Roubini Global Economics – Country Insights Scores

 


[Clicca sulla tabella per ingrandirla]

 

La Tabella 1 mostra in modo evidente come la capacità di attrarre invstimenti dell’Italia, la qualità dell’ambiente di business e l’efficacia degli organismi di decisione politica siano decisamente inferiori alla media dei paesi “concorrenti” (anche se “alleati”, come Francia, Germania, Gran Bretagna, Stati Uniti, spesso anche Spagna) e a livelli comparabili con quelli dei paesi emergenti a maggior tasso di crescita (per esempio Brasile, Russia, India e Cina, i cosiddetti Bric), che possono però contare su altri fattori di competizione di prezzo: bassi salari, tassi di cambio artificialmente svalutati eccetera.

Inoltre, il livello del crimine organizzato, la capacità di controllo della corruzione e la percezione di questa (stimata dal ranking diTransparency International, che vede l’Italia al 69° posto, su 177) mostrano ritardi decisamente allarmanti del nostro paese nei confronti dei suoi competitori .

I canali attraverso i quali gli elevati livelli di corruzione costituiscono un freno alla crescita sono molteplici. Basta citarne tre.

 

Il primo: la corruzione disincentiva l’investimento diretto estero, in quanto il potenziale investitore - già eventualmente scoraggiato dal dover affrontare un impianto regolatorio eccessivamente complesso - teme al contempo di dovervi fare fronte ricorrendo alla corruzione dell’ufficiale pubblico (ma anche privato). Il piano elaborato dal governo Letta e poi sussunto dal governo Renzi volto a incentivare l’investimento estero diretto, "Destinazione Italia", ribadiva come solo l'1.6% di tali flussi d'investimento raggiunga l’Italia, ossia una frazione di quelli destinati a Francia, Regno Unito o Germania. Il piano prevedeva una serie d'interventi volti a rimuovere alcuni degli ostacoli all’investimento straniero, incluse riforme della giustizia civile. Ma la sua implementazione rimane quanto meno incerta.

 

Il secondo canale di impatto economico della corruzione è la distorsione della concorrenza del mercato. Così come le imprese straniere non sono incentivate a investire in Italia, le imprese domestiche potrebbero essere incentivate a trovare commesse all’estero, laddove il contesto di business si presenta più favorevole. Inoltre, imprese sane, non disposte a scendere a bassi compromessi, tendono a essere disincentivate a partecipare a gare d’appalto che percepiscono come truccate. Finiscono così per uscire dal mercato, peggiorando pertanto la "eticità media" del tessuto produttivo nazionale. In questo senso, anche la sola percezione della corruzione può essere un fattore di disincentivo reale - ovvero: l’appalto può non essere truccato, ma l’impresa sana non partecipa temendo che lo sia.

 

Il terzo canale è l’incentivo all’emigrazione dei "cervelli". Un ambiente a competizione truccata (o percepito essere tale) costituisce un formidabile incentivo all’emigrazione di coloro che intendono basare il loro successo professionale solo sulle loro capacità e sul loro impegno, su meriti e titoli acquisiti. La Tabella 1 dimostra come il “brain drain” italiano sia più intenso di quello dei paesi competitori, perfino più di quello spagnolo.

 

Cervelli in fuga vuol dire valore aggiunto all’estero e sottratto in patria, il che in parte spiega il differenziale di crescita. Iniziative meritorie come quella del "Controesodo" (elaborate da un gruppo di parlamentari di tutti gli shieramenti) hanno aiutato a ridurre il disincentivo fiscale alla permanenza in patria. Ma per frenare l’uscita di coloro che sono in fuga dalla corruzione, dal familismo, dalla concorrenza sleale, servono operazioni di sistema di più vasta portata. Riuscendo a bloccare, o anche solo ad affievolire questi 3 canali, si otterrebbe un impatto enorme sulla crescita dell’attività economica.

 

È difficile stimare l’entità della corruzione (che spesso si associa a evasione fiscale e ad altri fenomeni di malaffare o di criminalità organizzata). Documenti ufficiali riportano la cifra indicativa di 60 miliardi di euro l’anno e questo può dare un’idea della grandezza della sfida. Il Commissario straordinario per la revisione delle spesa pubblica conta di riuscire a tagliare, nell’arco dei prossimi 3 anni, fino a poco più di 30 miliardi di euro. Sembrerebbe pertanto abbastanza immediato ritenere che - conducendo una seria lotta alla corruzione - ne potrebbero derivare rilevanti risorse per il rilancio dell'economia.

 

Nonostante la gravosità della sfida, lo Stato in passato ha reagito al dilagare del fenomeno corruttivo e adesso sembra voler dare un ulteriore impulso in tale direzione tramite la creazione dell’Agenzia nazionale anticorruzione (Anac).

 

Come suo presidente è stato scelto Raffaele Cantone, un magistratoa lungo impegnato sul fronte della lotta alla mafia. Cerchiamo pertanto di capire quali progressi sono stati fatti recentemente e quali altri potranno essere fatti in futuro su questo fronte. Lo abbiamo chiesto direttamente al presidente dell’Anac.

 

 

ROSA: Come si sta organizzando l'Anac?
CANTONE: L’Anac è stata interessata da una rilevante modifica da parte del d.l. 24 giugno 2014, n. 90 che ne ha significativamente trasformato la struttura e i poteri. Soprattutto ne ha ampliato la missione istituzionale. Rientra ora nelle sue competenze anche il controllo di tutti i contratti pubblici di appalti, di servizi e forniture che prima spettavano ad un’altra autorità, quella della “vigilanza dei contratti pubblici" (Avcp), contestualmente soppressa con il trasferimento di mezzi e personale. È previsto che entro il 31 dicembre, in qualità di presidente dell’Anac, io predisponga un piano di riordino della nuova autorità; mi aspetta un durissimo lavoro, ma particolarmente interessante e stimolante che può portare alla creazione di un authority operativa a 360 gradi, sia sul piano dell’anticorruzione sia su quello del controllo degli appalti.

 

ROSA: Possiamo essere sicuri che l’Anac non rimanga una scatola vuota, l’ulteriore agenzia che serve a testimoniare che si è ragionato sul fenomeno, ma concretamente non si vuole fare nulla per risolverlo?
CANTONE: Se l’Anac sarà o meno una scatola vuota dipenderà anche da come sapremo farla funzionare in concreto; il decreto legge citato ha obiettivamente rafforzato i nostri poteri sotto più profili e ora dovremo noi dimostrare di sapere con essi incidere nella realtà, tenendo presente, però, che il nostro lavoro non è quello di scoprire fatti di corruzione (competenza questa della magistratura penale) ma di mettere in campo gli anticorpi per evitare che i fatti di corruzione accadano. Il segnale dato dalla politica questa volta non mi sembra solo simbolico, ma effettivo e reale.

 

ROSA: Perché pensate che questa iniziativa avrà successo rispetto ad altre fatte in passato? Come misurerete il vostro successo?
CANTONE: È difficile poter individuare dei misuratori oggettivi dell’efficacia di un’azione amministrativa di controllo preventivo; sicuramente non potrà essere tale né l’emersione né l’assenza di episodi corruttivi scoperti dalla magistratura; è noto, infatti, che la scoperta di fatti corruttivi può dipendere anche soltanto dal caso e che la mancata scoperta non significa affatto che essi non vi siano. Credo, invece, che un segnale indicativo potrebbe risiedere nelle classifiche internazionali sulla percezione della corruzione in Italia [discusse all’inizio del presente articolo, ndr] che ci vedono sempre in posizioni negative. Salire in quelle classifiche sarebbe un elemento che, oltre a essere oggettivamente incoraggiante, dimostrerebbe che l’azione di prevenzione è fruttifera.

 

ROSA: Concretamente, di che strumenti sarete dotati? E di quali vorreste essere dotati?
CANTONE: La nostra attività sarà soprattutto di “vigilanza”; controlleremo se le pubbliche amministrazioni rispetteranno le norme che impongono strumenti di prevenzione della corruzione (come l’adozione dei piani triennali, la nomina dei responsabili dell’anticorruzione e delle regole di integrità dei pubblici funzionari), il rispetto delle regole sulla trasparenza (e cioè che siano rese pubbliche una serie di informazioni sensibili soprattutto sull’attività contrattuale della pubblica amministrazione in modo che possa esercitarsi il “controllo diffuso” dei cittadini) e che siano rispettate le norme previste dalla legge sugli appalti. Il limite della nostra attività di vigilanza è quello dell’assenza di un meccanismo sanzionatorio efficace a stimolare il rispetto delle regole indicate; il decreto legge di giugno ha previsto nuove sanzioni, ma forse esse non basteranno. Con l’esperienza applicativa verificheremo la cosa ed eventualmente ne prospetteremo i limiti a governo e parlamento.

 

 

ROSA: Quanto ci metterete a diventare pienamente operativi?
CANTONE: Credo avremo bisogno di un tempo minimo di rodaggio che ci consenta di digerire la nuova missione istituzionale indicataci; direi quindi non meno di un anno. Ciò però non significa che risultati non possano essere conseguiti prima, anzi io rivendico come alcuni risultati siano già stati raggiunti - ad esempio sul piano del rispetto delle regole della trasparenza attraverso un’attività di vigilanza mirata sui ministeri e sui grandi enti locali. Dopo il nostro intervento è migliorata moltissimo la comunicazione pubblica che avviene attraverso i siti istituzionali e soprattutto tramite la cosiddetta “amministrazione trasparente”. Sono convinto che l’aumento della trasparenza effettiva renda molto più difficile i fenomeni corruttivi. La corruzione è un reato che si fa al buio e di nascosto: la luce della trasparenza lo rende molto più complicato.

 

ROSA: Ci sono equivalenti dell’Anac a livello internazionale? Hanno funzionato?
CANTONE: In molti Stati esistono autorità anticorruzione; si tratta però di realtà variegate e non riconducibili a una tipologia unitaria. Nei rapporti internazionali intessuti e studiando alcuni report ho verificato che spesso quelle straniere sono autorità con poteri di polizia o persino giurisdizionali o, all’estremo opposto, si tratta di autorità inserite e collegate direttamente a ministeri. In Francia ad esempio l’anticorruzione è collegata al ministero della giustizia. L’authority italiana, invece, ha i caratteri di un’autorità indipendente; è nominata dal governo ma richiede il parere favorevole dei 2/3 delle commissioni parlamentari e dura 6 anni, quindi più di quanto possa durare il governo nominante: in questo senso è una novità sul piano internazionale. L’esperienza delle autorità straniere, per quanto molto diverse, sembra incoraggiante; esse pare abbiano conseguito concreti risultati nella lotta alla corruzione; almeno questo è quello che emerge dai report degli organismi internazionali.

 

ROSA: Dove crede che si annidi maggiormente la corruzione?
CANTONE:
 La corruzione si annida nelle pieghe della burocrazia che non funziona e che pone ostacoli; gli ostacoli spesso si possono superare proprio corrompendo i funzionari infedeli o mettendoli a “libro paga”: è per questo che una semplificazione intelligente delle procedure (che non significa affatto eliminazione dei controlli, ma individuazione di controlli rapidi ed efficienti) può aiutare a combatterla. Spesso sono le regole e le norme tortuose e complicate che cagionano la corruzione.

 

ROSA: Da dove inizia la lotta alla corruzione?
CANTONE:
 Non credo si possa semplificare tanto da indicare un punto di inizio; la lotta alla corruzione richiede interventi sinergici che solo operando insieme possono consentire risultati accettabili. Una buona prevenzione va sempre accompagnata a una repressione che funziona. Infine, ma non certo per importanza, è indispensabile una battaglia di tipo culturale. Per troppo tempo in Italia la corruzione è stato un fenomeno sottovalutato o persino considerato una sorta di “stato di necessità” per superare ostacoli insormontabili di tipo burocratico: In alcuni casi il corruttore, al pari dell’evasore fiscale, è stato considerato un “furbo” capace di aggirare gli ostacoli. Deve invece imporsi l’idea che la corruzione è un male assoluto, come le mafie: entrambe danneggiano i cittadini perché rendono il sistema economico e imprenditoriale molto più debole e molto meno rispettoso delle regole della concorrenza.

 

ROSA: Vista la sua esperienza anti-mafia, crede che si possa battere la corruzione in Italia senza contemporaneamente sconfiggere (o quanto meno far arretrare significativamente) il fenomeno mafioso? 
CANTONE:
 Mafie e corruzione sono due mali tipici della società italiana. Spesso - ma non sempre - coincidono; può dirsi che dove c’è la mafia è oggettivamente più forte e penetrante la corruzione. Il mafioso ha un argomento in più che può spendere nei confronti del funzionario infedele: oltre il denaro ha dalla sua la capacità dell’intimidazione. Non sempre però la presenza della corruzione significa presenza di mafie. In alcuni contesti essa è il frutto di lobby di potere politico/affaristico che non necessariamente hanno legami con le mafie. I fatti emersi a Milano con l’Expo e a Venezia con il Mose dimostrano che importanti eventi corruttivi possono accadere anche senza mafie. È vero quindi che sconfiggendo (o rendendo meno forti) le mafie si diminuirà una certa corruzione, ma non necessariamente la si eliminerà.

 

ROSA: Molto spesso, quando si parla della corruzione, si pensa al “ricevente della mazzetta (o altra utilità)”, cioè il pubblico ufficiale o il politico. E si pensa meno al “datore della mazzetta (o altra utilità)”, tipicamente il privato. Ma il fenomeno prevede sia il corrotto sia il corruttore. Cosa può fare l’Anac per incoraggiare atteggiamenti più virtuosi anche da parte dei privati? Come si diffonde l'idea che la scorciatoia non è una buona soluzione?
CANTONE: La corruzione è un rapporto bilaterale e in una situazione di sostanziale parità contrattuale: il pubblico ufficiale che vende la propria funzione è un soggetto da considerarsi spregevole ma non lo è meno chi corrompe o compra l’esercizio del potere. Questo è un pezzo della battaglia culturale cui sopra facevo cenno; sul punto l’Anac può provare a svolgere un ruolo significativo, uscendo all’esterno, rendendosi riconoscibile e utilizzando la sua ottenuta autorevolezza. Possiamo parlare di corruzione anche nelle scuole, nelle università, provando a far capire che chi corrompe non fa solo danno al prestigio dell’amministrazione pubblica ma a tutta la società; è uno sforzo che personalmente sto facendo moltissimo, a rischio di un eccesso di esposizione pubblica ma provando a parlare dovunque, per far capire che ci siamo e che la lotta alla corruzione non è affatto una battaglia persa a priori.

 

 

ROSA: Potrebbe fare esempi recenti di comportamenti virtuosi da parte sia del privato sia del pubblico che dimostrano l’esistenza di anticorpi anticorruzione anche nel sistema italiano?
CANTONE: Ogni volta che si scopre un fatto di corruzione c’è la prova indiretta di un comportamento particolarmente virtuoso: l’uomo delle forze dell’ordine che arresta un corruttore non è egli stesso un pezzo dell’amministrazione? Non è quindi un virtuoso che fa il suo dovere? Spesso questi soggetti procedono anche contro colleghi del loro stesso ufficio. È la dimostrazione più evidente che c’è una parte sana nella società italiana: su quella parte sana si dovrà lavorare per invertire il trend della lotta al malaffare.

 

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Published by lalchimista - in Sicurezza e Allarmi
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