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26 luglio 2012 4 26 /07 /luglio /2012 12:25

 

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La domanda è semplice, profonda ed esistenziale: siamo soli nell'universo? Improbabile, secondo molti scienziati. Bene, ma allora dove sono gli alieni? Perché ancora non abbiamo stabilito un contatto con forme di vita intelligente? Una risposta estesa e articolata arriva da Uno strano silenzio, il libro di Paul Davies in edicola con "Le Scienze" di luglio. L'autore è un fisico britannico in forze sia all'Arizona State University sia al programma di radioastronomia Search for ExtraTerrestrial Intelligence (SETI), con base in California. Dal 1960 il SETI è "in ascolto del cielo" grazie a potenti radiotelescopi, con l'obiettivo, o meglio la speranza, di rilevare almeno un segnale inviato da civiltà aliene desiderose di mettersi in contatto con noi.
Finora, però, il nulla. Dopo cinquant'anni di ascolto il SETI, fondato dall'astronomo Francis Drake, al quale Davies dedica il libro, non ha ancora sentito qualcosa degno di interesse. Dobbiamo forse rassegnarci a un'assoluta solitudine cosmica?

L'autore non la pensa affatto così, e rilancia: è il modo in cui cerchiamo a essere sbagliato, non l'oggetto della ricerca in sé. La vita che ci aspetta là fuori potrebbe non essere giunta a un livello tecnologico che permetta non tanto viaggi spaziali ma come minimo l'invio di un segnale radio. Ma potrebbe benissimo essere arrivata a un punto in cui la sua attività è in grado di modificare l'ambiente del pianeta che la ospita. Proprio come la specie umana sta facendo sulla Terra con il riscaldamento globale. Allora perché, si chiede Davies, non cercare anche segnali di questo tipo sul numero sempre crescente di pianeti extrasolari che finiscono nelle banche dati degli astronomi? 
E ancora: non dobbiamo pensare che l'unico mezzo di comunicazione sia un segnale elettromagnetico. Una civiltà avanzata potrebbe inviare sonde automatiche, per esempio, o 

addirittura biologiche. Ecco dunque la necessità di considerare un'eventuale tecnologia aliena nella sua interezza e complessità. Ma scrutare il cielo non basta. Un nuovo approccio passa anche per la ricerca sulla Terra di organismi viventi che in qualche modo permettano agli scienziati di affermare con certezza che la vita sul nostro pianeta è comparsa più di una volta. Una scoperta del genere  -  degli alieni terrestri insomma, come potrebbero essere i controversi batteri all'arsenico trovati nel Mono Lake, in California  -  darebbe la quasi certezza, secondo Davies, che la vita è comparsa anche su altri pianeti simili alla Terra in altri sistemi solari.

Seguendo questo filo rosso di bilancio, revisione e nuove prospettive del programma SETI, che ormai dopo la fine dei finanziamenti del governo statunitense e della NASA va avanti solo grazie alle donazioni dei privati, il libro spazia in ambiti di ricerca contigui  -  astronomia, biologia, astrobiologia e viaggi nello spazio  -  con un'impronta di ottimismo che tuttavia non sconfina mai in un fideismo mistico. Tutto in attesa di un gran finale le cui regole sono già state scritte.
Davies, infatti, è anche responsabile del Post-Detection Taskgroup, il comitato del SETI deputato a decidere che fare in caso di contatto con gli alieni. C'è un protocollo da seguire nel caso in cui gli alieni si facciano vivi, ma c'è da scommettere che il primo contatto non seguirà la via tracciata con cautela e precisione, ma esonderà in un'euforia incontrollabile. Sempre che lì fuori ci sia qua

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Published by lalchimista - in astronomia
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