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17 dicembre 2014 3 17 /12 /dicembre /2014 10:03

benigniCapita, una volta ogni milione di giorni, di poter pronunciare con aria solenne la seguente frase ad effetto:

«Questo programma resterà nella storia della televisione».

Anzi:

Storia andrebbe scritto con la esse maiuscola, perché ciò che ha fatto su Raiuno Roberto Benigni con i suoi "Dieci comandamenti" merita ogni sottolineatura possibile.

Non solo, sia chiaro, da parte coloro che si presentano come credenti, perché al di là del titolo e dello svolgimento effettivo, questo monologo ha guardato agli uomini più che a Dio.

Nel senso che la presenza divina, in quella Bibbia che Benigni ha definito «il racconto più bello di tutti i tempi, anche perché l'autore del libro è anche l'autore di tutti i lettori», è la cartina di tornasole dell'immensa bellezza umana, sporcata poi nel tempo dall'altra nota caratteristica umana:

la fragilità.

Ecco dunque che Benigni, fino a ieri ex comico irresistibile, ex premio Oscar, ex giovane sovvertitore ormai in fase di tromboneggiamento, è partito dal suo grande passato per farsi piccolo, e umile, e gigante al tempo stesso nell'afferrare l'ispirazione.

Sì, esattamente:

ispirazione, per una volta, e non aspirazione a qualcosa.

Lo scarto forte e secco che l'artista ha invocato nel suo osanna al verbo divino, dove parole e suoni hanno assunto il sapore dolce e forte della consolazione, e della constatazione corale di quanto l'arte sappia baciare l'assoluto.

Poco importa l'inizio inutile della serata, le ovvie battute su Roma mafiona e tutto il resto del gigioneggiare introducendo il tema.

Una volta sgombrato il campo - volutamente spoglio, fatto di legno e luci di povertà francescana - la favella Benigna ha luccicato e fatto luccicare.

«L'amore per la Bibbia», ha scandito l'artista, «non è un sentimento ma azione».

Che non è tanto per dire, ma la medicina urgente dei nostri mali attuali:

il farsi ora protagonisti di una resurrezione animata dall'altruismo.

Una tensione in bilico tra il mistico e l'ultraterreno che ha spinto l'artista, in surplace creativo, a investigare il cuore della desolazione in atto, e a decollare di rimbalzo per il primo comandamento («Non avrai altro Dio al di fuori di me») con un ritratto della nostra modestia;

quella mirata a inseguire i nostri idoli più squallidi, tra i quali in prima fila la venerazione di noi stessi.

Non correte, ha invocato il mattatore, adagiatevi nel settimo giorno a contemplare le belle cose che avete fatto negli altri sei.

Che è stato l'ennesimo suo gesto in "Questi dieci comandamenti", per riportare l'attenzione su di noi:

cronici idioti in un mondo stanco, ma anche in fondo germogli di una rinascita possibile.20141215_benigni_dieci_comandamenti_-_5

Che poi abbia parlato anche degli altri comandamenti, con stessa forza e candore, alla fine è un dettaglio.

Il vero brivido, a questo punto, la vera luce a prescindere in questo evento televisivo, è Roberto Benigni:

uomo fragile e per definizione fallace, ma artefice questa volta di un miracolo di poesia.

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Published by lalchimista - in Storia e Filosofia
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